
di Matilde Massarenti
Vincendo una certa mia qual ritrosia, se non a volte una vera e propria avversione, verso quella
forma di spettacolo universalmente nota come “Teatro di Narrazione” mi sono avventurata nella
bella piazza di San Faustino per assistere alla serata che vedeva Luigi De Magistris protagonista di “Istigazione a Sognare”, una piéce che, non poteva certo essere altrimenti, si propone di raccontare allo spettatore le (dis)avventure del protagonista lungo la sua navigazione nel sistema amministrativo, politico, giudiziario e malavitoso dello Stivale, in questo contornato dalle invenzioni musicali della talentuosa Serena Pisa e dalla profonda voce di Andrea de Goyzueta alle prese con alcune ben selezionate citazioni di Piero Calamandrei.
De Magistris, che attore certo non è né, immagino, voglia esserlo ma che è eccellente affabulatore, è riuscito ad infondere nel pubblico quell’attenzione mistica e imperturbabile che vien fatto di rilevare altrove solo di fronte all’ostensione del mistero eucaristico.
Non è certo blasfemia il voler qui rilevare un parallelo tra il teatro di narrazione, specie se di
narrazione civile, e certi riti religiosi: in entrambi i casi chi vi partecipa tende ad essere, per le linee generali, concorde con quanto gli sarà proposto e fiero sostenitore del pensiero che verrà narrato, e in entrambi i casi il “pubblico” tende a tornare a casa sentendosi, in fondo, molto più “giusto” solo per il semplice fatto di aver partecipato al rito e di esser parte, attiva o passiva che sia ma in ogni caso concorde, di quel pensiero.
Si obietterà che questa forma di teatro esiste fin dai tempi degli aedi e dei rapsodi, ma si farebbe un errore: se è certo che la narrazione è la più antica forma conosciuta dall’uomo di tramandare
racconti, lo è altrettanto che a un certo punto della sua esistenza l’umanità inventò una formula assai più multiforme e insieme precisa per narrare le vicende umane spostando il focus dal particolare all’universale e dal tipo all’archetipo: il teatro, appunto.
Quale sostanza universale avrebbe avuto la puntuale e personale disamina dei suoi casi effettuata con sapienza da De Magistris se questa fosse stata reimpastata da un bravo autore di teatro in un dramma in cui ognuno potesse rispecchiarsi e ritrovarsi? C’è materia, in quella storia di diritti e di legalità calpestate da chi avrebbe dovuto invece esserne a garanzia, sufficiente da far felice un Ibsen.
Fatta salva questa per me perduta occasione e nell’auspicio che quella materia non venga mai banalizzata riducendola a serie televisiva, la serata volò al punto tale che nessuno tra il pubblico si accorse che s’era fatta la mezzanotte e che l’affabulatore ci stava affascinando da quasi tre ore, e fu salutata da uno scrosciante applauso dal pubblico presente, poco perché probabilmente scoraggiato all’idea di dover spendere, per tre ore di spettacolo, quanto è disposto a spendere senza obiezioni per un cocktail.
E’ del resto accertato come in serate dove il pubblico non senta l’obbligo vuoi di pagare, vuoi di pensare, l’afflusso sia garantito. Quella dedicata all’onorevole Vannacci ne fu, ove necessario, ulteriore e ampia riprova.


















