Irpef, la doppia morsa Comune-Regione Lazio che "spenna" i viterbesi
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Ai politici locali inviamo un messaggio nella bottiglia: se stavate cercando un tema per la campagna elettorale (visto che sembra siate prioritariamente interessati sempre a quella) la riduzione dell'addizionale Irpef potrebbe essere un tema di battaglia. Ma occhio a fare bene i conti.

VITERBO – C’è una strana, italica forma di masochismo che sembra aver contagiato Palazzo dei Priori. A Viterbo, la politica ha scoperto un metodo infallibile per far quadrare i conti: mettere le mani nelle tasche dei cittadini, senza troppi complimenti e con una voracità che ha pochi eguali in Italia. Si parla, e si parla male, dell’addizionale IRPEF comunale, un balzello che, sotto la maschera della necessità, cela l’incapacità di amministrare con quella sobrietà che il momento richiederebbe.

Chi vive alle falde del Cimino si trova stretto in una morsa di cui molti, forse, non comprendono appieno la ferocia. A Viterbo, le aliquote partono da uno 0,75% per arrivare, in una progressione che non risparmia nessuno, allo 0,8%. Occorre ricordare, per dovere di cronaca, che lo 0,8% rappresenta il tetto massimo previsto dalla legge nazionale. Il Comune di Viterbo ha deciso di spremere il limone fino all’ultima goccia, posizionandosi esattamente sul limite oltre il quale il legislatore nazionale – per pura decenza – ha imposto lo stop.

Ma se volgiamo lo sguardo indietro, la storia di questo salasso diventa ancor più fosca. Vent’anni fa, nel 2006, l’aliquota era unica e ferma allo 0,4%. In due decenni, il prelievo è raddoppiato. Dieci anni dopo, nel 2016, eravamo già saliti a una progressione che partiva dallo 0,70%, scivolando inesorabilmente verso l’alto. Oggi, quello 0,8% è il sigillo di una politica che ha smesso di cercare l’efficienza nel taglio degli sprechi, preferendo la via più facile: quella del prelievo forzoso. Il raddoppio delle tasse in vent’anni non ha visto, agli occhi dei cittadini, un raddoppio della qualità dei servizi; ha visto solo una città che si è fatta via via più costosa per chi ci vive.

Guardiamo oltre le nostre mura. Se volgiamo lo sguardo a La Spezia, scopriamo una realtà che ha il coraggio di essere civile: lì l’esenzione arriva a 15.000 euro. Chi guadagna meno, a La Spezia, non paga nulla. A Viterbo, invece, non si guarda in faccia a nessuno: si paga dal primo euro. E che dire di Perugia? La vicina umbra applica una soglia di esenzione a 10.000 euro e un’aliquota ferma allo 0,7%. Risultato? Il cittadino perugino, a parità di reddito, è un uomo più libero e meno tosato di quello viterbese.

Anche Taranto, che pure applica lo 0,8%, ha avuto la decenza di fissare una soglia di esenzione a 8.000 euro. Viterbo, invece, corre spedita verso il massimo prelievo, ignorando ogni logica di equità. E poi, come se non bastasse, c’è la mazzata della Regione Lazio. Lì il contribuente viterbese subisce il colpo di grazia: con un’addizionale regionale che, per i redditi alti, raggiunge il 3,33%, la pressione fiscale locale diventa un vero e proprio esproprio.

Dove finiscono questi soldi? Se avessimo strade lastricate d’oro, sanità d’eccellenza e servizi che funzionano come un orologio svizzero, potremmo persino tacerne. Ma la verità è che a fronte di un prelievo tra i più alti della Penisola, il cittadino non riceve una contropartita proporzionata.

Siamo, in definitiva, di fronte a un paradosso nostrano. Siamo un popolo che accetta supinamente di essere tosato. A Viterbo, il fisco non è un patto di solidarietà, è un salasso che sottrae ossigeno alle famiglie. Senza un contribuente messo nelle condizioni di respirare, non c’è futuro che tenga: esiste solo la lenta, inesorabile decadenza di una città che si è scordata come si governa. Ai politici locali inviamo un messaggio nella bottiglia: se stavate cercando un tema per la campagna elettorale (visto che sembra siate prioritariamente interessati sempre a quella) la riduzione dell’addizionale Irpef potrebbe essere un tema di battaglia. Ma occhio a fare bene i conti.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Per quindici anni la madre del grande Napoleone fu sepolta nella chiesa delle Monache Passioniste a Tarquinia.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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