

VITERBO – Non importa quanti anni tu abbia, dove sei residente, il tuo livello d’istruzione o il lavoro che svolgi. Nessuno può salvarsi da truffe che corrono online in maniera sempre più sofisticata. Per questo è importante informare, lanciare allarmi, rendere consapevoli le persone. Così che riescano a gestire le emozioni, che sono quelle che ti fregano, quando i maledetti truffatori fanno leva sul panico e sui rapporti con le persone a te più care, ma anche su amici e persone con cui hai contatti.
Questa volta la storia di cronaca che racconto non riguarda altri, come mi è accaduto di fare migliaia di volte negli ultimi anni. Al centro di questa vicenda ci sono io, un sabato mattina di fine estate. Mi alzo e lavoro a questo giornale, che in tanti leggete. Mi arriva una chiamata sul presto. Dentro di me penso “strano a quest’ora. Che vorrà?”. Rispondo. E’ un imprenditore di Viterbo, che conosco da anni e a cui sono legato da un rapporto di stima reciproca. Dall’altra parte del telefono la sua voce dice: “Ciao Roberto, tutto bene?”. Rispondo: “Tutto bene sotto questo cielo”, buttandola sullo scherzo per il rapporto che abbiamo. Lo sento però serio che mi ripete: “Sicuro che va tutto bene?”. Non capisco, rimango un po’ interdetto. Poi lui rompe l’imbarazzo: “Mi è arrivato un messaggio dove mi chiedi urgentemente soldi”. Rimango interdetto: “Cosa?”. Mi racconta che dal mio numero Whatsapp, esattamente come se gli avessi scritto io, gli sono arrivati messaggi, che sembrano in tutto e per tutto essere miei, con dentro la richiesta di 996 euro.
I pensieri mi si affollano nella testa: “Avvisa subito le persone più vicine!”. “A chi l’avranno mandato? Pensa se qualcuno ci crede mi rovinano anche l’immagine”. “Che maledetti”. “Adesso devo pure spendere tempo per andare a fare la denuncia”. Ritorno in me e lo ringrazio: “Grazie che mi hai avvisato subito. Scusa ma corro a evitare danni”.
La prima cosa a cui penso è scrivere un post Facebook sul mio profilo: “Buongiorno. Mi hanno hacherato il profilo Whatsapp e stanno facendo una truffa dove chiedono soldi. Non rispondente. E’ una truffa”. Chiamo un paio di amici per consigli su come buttare fuori l’hacker dal mio profilo. Chiedo di informare i miei contatti più stretti che sono oggetto di una truffa e che qualche criminale sta usando il mio nome per chiedergli soldi.
Scopro che qualcuno da Civitanova Marche aveva preso il controllo del mio Whatsapp e stava cercando di truffare i miei famigliari e amici. Faccio gli screenshot di tutto per consegnarli alla Polizia Postale. Recupero gli screenshot di amici e parenti a cui erano arrivate le richieste. Sempre un Iban diverso, probabilmente di una prepagata, sempre un intestatario diverso. Unica costante la causale, i truffatori hanno infatti chiesto sempre di inserire in causale il mio nome.
Mi faccio raggiungere a casa da un paio di amici. Sono scosso, frustrato, profondamente colpito e innervosito. Sto male di questa situazione. Lì ho immaginato come possano sentirsi gli anziani che subiscono queste cose in maniera sempre più frequente. Mi faccio accompagnare alla polizia postale. Purtroppo il sabato è chiusa. Vado in Questura e al punto di accoglienza mi accolgono con la massima gentilezza ma mi invitano ad andare subito lunedì alla postale, dopo avere ascoltato con attenzione l’accaduto.
Rimango scosso, con un senso di impotenza dentro. Decido di scrivere questo articolo per dire diverse cose. La prima è che tutti possiamo finirci dentro e che con tecnologie sempre più sofisticate rischiamo sempre di più. Rimango colpito da quanto diverse persone mi abbiamo chiamato preoccupate per me. Mi arrabbio pensando ai meccanismi infimi che questi truffatori utilizzano. Penso con affetto a tutte le persone che ogni giorno vengono truffate. Lunedì andrò alla Polizia Postale a presentare denuncia.
La Polizia sta sempre con il cittadino e faranno il loro lavoro ma la verità è che queste truffe devono essere disinnescate all’origine. Ognuno deve essere informato e preparato a rispondere emotivamente a questi inganni. La speranza è che questo articolo possa aiutare quante più persone possibili in futuro.
Chiudo con una nota di colore, per alleggerire un po’. Poco fa un mio grande amico mi ha mandato un messaggio: “Ti ho appena fatto un bonifico da 10mila euro, per fine settimana ridammeli”.
L’incubo della doppia truffa: quando il tuo numero WhatsApp diventa l’arma per raggirare amici e parenti
Il copione si ripete con una precisione chirurgica che lascia sgomenti, trasformando la tecnologia di tutti i giorni in un cavallo di Troia digitale. Tutto comincia con un silenzio improvviso e la perdita di controllo del proprio profilo WhatsApp: l’account viene compromesso e, in un attimo, il numero della vittima si trasforma in un untore digitale. Da quel momento, rubriche e affetti diventano il bersaglio di una macchina del fango automatizzata.
A cascata, i contatti più stretti – genitori, figli, amici di una vita – ricevono messaggi allarmanti che arrivano da un mittente di cui si fidano ciecamente. “Ho il conto bloccato”, “Ho perso il telefono”, “Mi serve un aiuto urgente”. È la spietata leva psicologica del panico e dell’emergenza improvvisa. Nel vortice emotivo generato dalla paura di un pericolo imminente per un proprio caro, la lucidità crolla. Ed è così che si consuma la tragedia nella tragedia: la vittima, a sua volta raggirata e convinta di compiere un gesto d’amore e protezione, finisce per autorizzare un bonifico istantaneo nelle mani dei cybercriminali.
Un click di conferma, l’inserimento dei codici, e in una manciata di secondi i risparmi di una vita svaniscono nel nulla, transitando su conti correnti fantasma prima che la realtà dei fatti si palesi in tutta la sua drammaticità. Una truffa 2.0 che non colpisce solo il portafoglio, ma lacera la fiducia nei canali di comunicazione più intimi, dimostrando quanto i confini tra la sicurezza domestica e la criminalità globale siano ormai pericolosamente sottili.


















