

IL DOMENICALE – Lo chiameremo Luca, ha quattordici anni, frequenta la scuola secondaria e ha bisogno dell’insegnante di sostegno. Non vuole raccontare la propria diagnosi, e forse è già questa una prima lezione per gli adulti, perché un ragazzo non dovrebbe essere definito dal nome della sua disabilità, dal numero di ore assegnate o dalla relazione che lo accompagna da un ufficio all’altro.
Luca, cosa significa per te avere un insegnante di sostegno?
“Dovrebbe significare avere qualcuno che mi aiuta a imparare come gli altri, non qualcuno che fa le cose al posto mio. A volte ho bisogno di più tempo, altre volte di una spiegazione diversa, qualche volta ho bisogno di fermarmi e ricominciare, ma questo non vuol dire che non possa capire. Il problema nasce quando decidono prima cosa sono capace di fare e cosa no”.
Ti senti incluso nella tua classe?
“A volte sì, altre volte molto meno. Dipende dalle persone e da come viene organizzata la scuola. Se ogni volta che c’è una difficoltà la soluzione è farmi uscire dalla classe, allora non mi stanno includendo, mi stanno semplicemente spostando. Magari lavoro meglio per mezz’ora in una stanza tranquilla, questo può servire, ma se diventa la regola rischio di passare una parte dell’anno lontano dai miei compagni proprio mentre tutti continuano a parlare di inclusione”.
Qual è la cosa che trovi più difficile?
“Ricominciare ogni anno. Gli insegnanti cambiano, soprattutto quelli di sostegno, e devi raccontarti di nuovo. La persona che arriva deve capire come lavori, cosa ti aiuta, quando invece deve lasciarti provare da solo; ci vuole tempo per fidarsi, poi magari dopo un anno quella persona va via e tutto ricomincia”.
Che effetto ti fa?
“È come se ogni settembre qualcuno cancellasse una parte del lavoro fatto. Gli adulti parlano di continuità didattica; per noi invece continuità significa una cosa molto semplice: trovare a settembre qualcuno che già ci conosce. Io a settembre ci sono già, sono iscritto alla scuola, sanno chi sono, sanno di cosa ho bisogno; a volte sembra invece che sia la scuola a scoprirlo quando iniziano le lezioni”.
La tua famiglia deve intervenire spesso?
“Sì. Telefonate, colloqui, domande, richieste, incontri. Io non capisco perché un genitore debba combattere per ottenere una cosa che è già stata riconosciuta. Ci sono famiglie che sanno come muoversi, che conoscono le regole, che insistono, altre magari non riescono, e allora mi chiedo cosa succede ai ragazzi di quelle famiglie. È una domanda che dovrebbe mettere in difficoltà molto più di tanti documenti ufficiali, perché se per ottenere pienamente un diritto bisogna conoscere le procedure, scrivere lettere, protestare, sollecitare uffici e qualche volta rivolgersi a professionisti, allora quel diritto rischia di essere più forte per chi possiede gli strumenti culturali ed economici per difenderlo e più debole per chi non li possiede”.
Ti sei mai sentito un problema per la scuola?
“Qualche volta sì, anche se nessuno te lo dice direttamente; lo capisci quando senti parlare continuamente delle tue ore, dell’organico che manca, dell’insegnante che ancora non è stato nominato, del fatto che bisogna trovare una soluzione… tu sei lì e pensi: ma la soluzione a cosa? Io sono uno studente, non un problema da sistemare”.
E quando l’insegnante di sostegno manca?
“Gli altri vanno avanti, è normale che sia così, ma se succede spesso significa che aumentano le cose che non riesci a seguire e poi devi recuperarle. Quello che per un altro studente può essere un giorno perso, per me qualche volta diventa un pezzo del programma che devo rincorrere”.
I tuoi compagni come vivono il sostegno?
“Molti ormai non ci fanno caso, alcuni pensano che io sia fortunato perché ho un professore che può aiutarmi durante le lezioni, qualche volta scherzano dicendo che vorrebbero anche loro il sostegno… non mi offendo, però penso che forse non capiscano che preferirei non averne bisogno. L’aiuto non è un premio”.
Cosa vorresti dire a chi organizza la scuola?
“Che provi a guardarla da qui, dal banco. Loro parlano di numeri, posti, graduatorie, deroghe, supplenze; noi vediamo persone. Se manca un numero per loro, per me manca una persona; se una nomina arriva tardi, non è soltanto una pratica amministrativa in ritardo, sono settimane della mia scuola”.
Pensi che la scuola italiana creda davvero nell’inclusione?
“Credo che molti insegnanti ci credano davvero, ma non so se basta. Se dici che una cosa è importante e poi ogni anno la organizzi all’ultimo momento, vuol dire che forse non è abbastanza importante. Non puoi dire che un ragazzo deve stare al centro e poi trattare la persona che deve aiutarlo come una casella da riempire quando si riesce”.
Cosa chiedi alla scuola?
“Di non abbassare l’asticella soltanto perché faccio più fatica: voglio essere aiutato a superarla. Magari non sempre ci riuscirò, ma voglio poter provare e vorrei che qualcuno chiedesse anche a noi cosa funziona e cosa non funziona, invece di parlare sempre di noi senza di noi”.
Hai paura del futuro?
“Sì, perché fuori dalla scuola non avrò sempre qualcuno accanto. Per questo il migliore insegnante di sostegno, secondo me, non è quello che mi aiuta di più, ma quello che piano piano riesce a fare in modo che io abbia meno bisogno di lui”.
Prima di andare via Luca aggiunge una frase quasi senza pensarci: «Non voglio essere fortunato se trovo un bravo insegnante. Dovrebbe essere normale.»
Ed è probabilmente qui che finisce la parte rassicurante del racconto sull’inclusione. Una scuola civile non può affidare il futuro di un ragazzo alla fortuna di incontrare la persona giusta, alla capacità dei genitori di farsi ascoltare, alla disponibilità di una graduatoria o alla velocità di un ufficio. Non può celebrare l’inclusione nei documenti e poi accettare che proprio gli studenti che avrebbero bisogno della maggiore continuità siano quelli costretti più spesso a cambiare insegnante.
Il sostegno non è una concessione, non è un favore alla famiglia e non è nemmeno un servizio accessorio della scuola: è il punto nel quale si misura la verità di tutto quello che diciamo sull’uguaglianza, perché una scuola si giudica certamente da ciò che riesce a dare agli studenti migliori, ma ancora di più da ciò che decide di non togliere a quelli che hanno bisogno di maggiore aiuto.


















