
VITERBO – Scrivo di Intelligenza artificiale – anzi, di A.I. – su istigazione di Giulio Della Rocca. D’altronde su certi temi, che peraltro ho avuto modo di affrontare in varie circostanze, accademiche o meno, è sempre utile discutere.
Giorni fa, parlando con amici del Corso dell’Università dell’Età Libera, mi è stato chiesto: “Ma dove andremo a finire?” Ho promesso loro che risponderò con una apposita lezione sull’argomento. Tuttavia non è questo il punto che ci interessa. Il fatto è che la domanda non era stimolata dalle minacciose esternazioni da bullo internazionale di Trump e del suo sodale-ombra Musk, o dai duetti Putin-Lavrov su cosa si intende per condotta aggressiva di stampo nazista; questi sì capaci di sconvolgere il futuro prossimo, la crescita democratica e pacificatrice dell’Umanità.
La domanda riguardava A.I, alla luce della “sconvolgente” notizia che essa era stata capace di autoreplicarsi senza l’intervento umano, andando apparentemente a superare la soglia di quella che la scienza ha definito la “linea rossa”, oltre la quale le macchine si sottrarrebbero alla volontà dell’Essere Umano.
Nell’approfondire la notizia, tutti i media – con qualche apprensione – hanno raccontato che si è trattato di un esperimento su due modelli di A.I, uno di Meta e uno di Alibaba, che sono stati appositamente istruiti l’uno a rifiutarsi di spegnersi a comando e l’altro addirittura a replicarsi di fronte a una manovra umana di spegnimento.
Eh, già: appositamente istruiti. E con questo, potremmo liquidare la questione, osservando che non vedo dove sia il superamento della
linea rossa, visto che è stato tutto congegnato da un gruppo di scienziati cinesi che hanno dotato la macchina degli algoritmi giusti per adottare certi comportamenti. Recentemente ho risposto ai dubbi di Aurora, una esponente della Generazione Z, cioè di quei nati agli
albori o a cavallo nel nuovo millennio che sono cresciuti fin da piccoli con una tecnologia digitale interattiva e che tuttavia ancora conservano un distacco critico da A.I.
C’è però una Generazione Alpha, di nati dopo il 2010, che sta crescendo con i cellulari in mano e che qualcuno chiama screenagers perché dipendenti interamente da una comunicazione visuale. Nella mia risposta ad Aurora evocavo un argomento a me caro: il principio del coltello; strumento nato per aiutare le persone a tagliare, oggi per lo più la carne sul piatto o il prosciutto e le pagnotte di pane sul tagliere, ma per qualcuno anche strumento per dare la morte ad un avversario, sulla falsariga di Compare Alfio, di Uncas o di Bruto e Cassio. Chiaro che non possiamo imputare al coltello alcun merito o delitto, che vanno attribuiti interamente a chi lo maneggia; anche un taglio accidentale deriva da un malaccorto movimento della persona, non certo dalla volontà malvagia della lama.
Lo stesso vale per A.I. e per i suoi servigi oggi più usati, dall’enciclopedico, servizievole e talvolta sentenzioso ChatGPT ai generatori creativi di immagini, sequenze e volti con cui ci divertiamo sui social. A.I. oggi appare indispensabile strumento di progresso nel campo dell’informazione, della scienza, della produzione e del commercio, della sanità, dei servizi, dell’organizzazione sociale, della sicurezza e persino della formazione e della educazione.
Temerla, come ho avuto modo di ripetere più volte, è come scimmiottare coloro che si allarmarono di fronte ad un auto-mobile, ad una “nave” volante, ad un vaccino, ma anche all’apparente job killing della rivoluzione industriale che invece aprì le porte allo sviluppo del
terziario avanzato.
Ci sarebbe un’altra considerazione da fare, ma in questa sede non possiamo approfondirla più di tanto: il passaggio da una scienza oggettiva, di stampo positivista, ad una scienza negoziale e convenzionale, quella quantistica (stanno arrivando anche i computer quantistici, non basati semplicemente su modelli binari…) comporterà mutamenti anche nelle conseguenti concezioni del possibile e della vita relazionale, cioè
inciderà sui processi della conoscenza in senso lato.
Un’altra di quelle cose che si legano al progresso: chiedere informazioni tra gli altri alla bipede Lucy, al curioso Uomo di Neanderthal, ai Fenici viaggiatori, al realista Copernico, agli attori culturali del Rinascimento e agli inventori della prima e della seconda rivoluzione industriale. Oppure chiedere agli antropologi, ai sociologi, agli psicologi e agli storici: da quando si sono intestarditi a concepire una “scienza sociale”, cioè qualcosa di diverso dall’ intuizionismo della riflessione filosofica, hanno finito per saperne una più del diavolo…
Allora, non dobbiamo temere A.I.? Certamente no; piuttosto dobbiamo temere chi taglia il prosciutto, perché potrebbe ferirsi, sbagliare lo spessore delle fette, influenzare eccessivamente l’alimentazione bilanciata dei commensali e, perché no, potrebbe anche farsi venire una crisi di nervi e mettersi a menare fendenti a destra e a manca. In altre parole.
Accanto ad una errata valutazione delle potenzialità di A.I., ci sono due derive prevalenti su cui discutere. La prima è costituita dalle varie forme di aggressione tecnologica a fini criminali, come phising e baiting, dalla falsificazione dell’informazione (faking), dal cyberbullismo nelle sue varie declinazioni (compresi i deleteri challenge, il deepfaking e il body/age shaming) ma anche, se non soprattutto, dalle operazioni di influenza strategica nazionale e internazionale – politica, economica, elettorale – fino a forme più o meno criptiche di cyberguerra e di cyberterrorismo ad opera di hacker professionisti.
In passato c’erano gli intrighi di palazzo, i delatori, i maldicenti, le lettere minatorie; oggi si è alzata l’asticella degli intenti, dei
destinatari, degli effetti, ma la malvagità è la stessa, perché non dipende dalla Macchina, ma chi la guida. La seconda riguarda i cambiamenti di prospettiva della conoscenza e segnatamente di quella delle nuove generazioni. Il sociologo asserisce che se cambiano i modi della costruzione di senso e quindi dei significati condivisi, cambia inesorabilmente il comportamento sociale. Ciò significa che se rispetto l’Altro o se sono razzista, se voglio la pace o amo la guerra, se mi isolo o cerco compagnia dipende da come intendo la società, i suoi fenomeni, da come li percepisco e da come e quanto condivido con altri questa percezione.
E può essere un circolo vizioso: perché a sua volta questa nostra percezione è influenzata dalle esperienze maturate. Una bella confusione? Chiedere a Mark Buchanan, che intende la società, anzi tutto il mondo, compreso quello naturale, come una gigantesca rete di interazioni (cioè fatti) e, per conseguenza, di comunicazioni (cioè di scambi di impressioni, di significati e di accordi). In questa prospettiva, che le nuove generazioni, alle quali è stato passato un sistema di comunicazione polisemico e multitasking, ne sfruttino a pieno le potenzialità mutando in larga misura la forma e le regole della relazione sociale, è il minimo che possa capitare.
Qualcuno si ricorderà gli “amici di penna” (da ragazzo ne avevo un paio in Australia): una rarità praticata per lo più da giovani ben educati a leggere, scrivere e far di conto; oggi i giovani hanno potenzialmente decine di migliaia di amici con cui scambiare immagini, risate, polemiche e abitudini. Si è allargato lo scenario, inevitabile che ne risenta la qualità.
Ma è talmente facile oggi comunicare, ed è così facile immaginare e inventare, che non è più importante che quel che si comunica sia vero, l’importante è che faccia piacere, anzi successo, cioè audience. Per successo si intende ormai godere di un numero vasto di osservatori e di commentatori – anche se composto da haters o dissenzienti- comunque followers, perché quel che conta è raggiungere un gran numero di
contatti, tali da farti diventare interessante per uno sponsor in cerca di nuove praterie da cavalcare.
Così, puoi perfino dire e ascoltare sciocchezze e ci guadagni. Sia chiaro: non è colpa delle giovani generazioni. Ci sono facce in tivvù – adulti – che ne dicono di ogni, che sono note quasi esclusivamente perché fanno gli “opinionisti”, cioè i tuttologi sempre in vena e in cerca di polemiche per poter continuare a sgomitare allegramente sullo schermo facendo soldi.
Lo feci presente a Maurizio Costanzo, il primo forse in Italia a costruire degli opinionisti di professione, quelli pronti a strillare contumelie piuttosto che ad argomentare (non faccio nomi ma potete immaginare a chi alludo); lui, sornione, mi fece capire che “questo è il mondo dell’audience, bellezza, e non puoi farci niente, niente…” (citazione riveduta dall’Humphrey Bogart de “L’ultima minaccia”, 1952).
Che fare? (per dirla con Lenin). Beh, padre Paolo Benanti – che se ne intende – propone un’algor-etica. Insomma, delle regole condivise e
operative, ispirate ai più elevati valori comuni, che contrastino la tendenza della libertà a farsi licenza, la tendenza della comunicazione a farsi persuasione occulta, la tendenza degli adulti – quando si tratta di giudicare i giovani – ad essere “tutto chiacchiere e distintivo” come se i loro figlioli o studenti fossero stati educati su Marte, o a cercare in un altrove indistinto le responsabilità del comportamento alienato dei loro figli.
Un “armiamoci e partite” che la dice lunga su chi veramente vive alienato in un mondo altamente tecnologizzato ma scarsamente conosciuto, al punto da credere – magari in buona fede, ma più spesso per confirmation bias – che il mostro sia annidato dentro A.I. e non nella testa di chi la progetta e la usa.
Francesco Mattioli / già Professore Ordinario di Sociologia nella Sapienza Università di Roma / Dipartimento di Sociologia e Comunicazione






















