

VITERBO – C’era una casa, a Viterbo, dove le pareti avevano smesso di fare da riparo per trasformarsi in una prigione. Dentro viveva una donna, incinta e sola, con quel ventre che cresceva portando una promessa di vita mentre, tutt’intorno, la vita le veniva lentamente prosciugata.
L’attività investigativa, coordinata dagli inquirenti, ha delineato un quadro fortemente oppressivo. La donna sarebbe stata costretta a vivere in una condizione di totale isolamento: l’indagato le vietava sistematicamente di frequentare altre persone e, in più occasioni, arrivava a chiuderla a chiave all’interno dell’abitazione per impedirle di uscire.
Le chiavi giravano nella toppa con un rumore secco, definitivo: fuori c’era il vuoto, dentro c’erano gli ordini. Nessuno doveva entrare, nessuno doveva vederla. Le sbarre non erano di ferro battuto, ma di minacce, di insulti sussurrati nel buio e di un isolamento metodico, implacabile come una condanna antica.
Oltre alle continue aggressioni verbali e fisiche, le indagini hanno fatto emergere il profilo di una brutale sopraffazione anche sul piano sessuale. L’uomo avrebbe costretto ripetutamente la compagna a subire rapporti contro la sua volontà, incurante del suo stato di gravidanza. Condotte che hanno gettato la vittima in un perenne stato di ansia e in un fondato timore per la propria incolumità, costringendola a stravolgere radicalmente le proprie abitudini di vita.
Violenze consumate nell’indifferenza delle ore, quando la notte inghiottiva i lamenti e la paura si faceva spessa, immobile nell’aria della stanza. La donna viveva raggomitolata nel terrore, calpestata nel corpo e nell’anima, con il cuore che batteva all’impazzata a ogni minimo scricchiolio del pavimento.
Poi, un giorno che sembrava identico agli altri, la legge è entrata in quella casa. Gli uomini della Squadra Mobile, quasi spuntati dal nulla come in un improvviso risveglio da un incubo febbrile, hanno varcato la soglia. Per l’uomo sono scattati gli arresti domiciliari: adesso è confinato tra le sue stesse mura, chiuso in quell’attesa giudiziaria che precede il giudizio degli uomini.
Ma per la donna resta il lungo viaggio per uscire dal buio, per ritrovare il cielo di Viterbo e la certezza che l’incubo sia davvero finito.

















