INSIDE - Cesare Bergamini e le anguille del Tevere vendute per ripopolare la laguna di Venezia
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La sua presenza si spinge fino nella Tuscia dove vive la figlia. Pesca "le ciriole" che poi vengono vendute per il ripopolamento della zona di Venezia. Così nella laguna più famosa del mondo circolano anguille del Tevere.

 

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Premessa – Cesare Bergamini è l’ultimo “anguillaro” di Roma. La sua presenza si spinge fino nella Tuscia dove vive la figlia. Pesca “le ciriole” che poi vengono vendute per il ripopolamento della zona di Venezia. Così nella laguna più famosa del mondo circolano anguille del Tevere. Tutto grazie a Cesare, vi raccontiamo il nostro incontro con lui all’ombra del GRA.


INSIDE – I ricordi sono tanti e scorrono veloce come l’acqua del Tevere, il posto che fa da sfondo alla storia di un uomo, di un fiume, della vita. Arrivo a Roma nei primi giorni di giugno di qualche estate fa, e il caldo già si fa sentire; mi accompagnano Marina, la figlia di Cesare Bergamini, classe 1940, e Massimo, il suo compagno. La zona è quella del “Ponte di Mezzocammino” , conosciuto anche come “il drizzagno del Tevere”, a sud della capitale, che unisce le due sponde di Mezzocammino e di Spinaceto. Il rombo dei tir e delle auto sul GRA sopra la nostra testa echeggia ancora mentre imbocchiamo la stradina bianca che ci porterà in riva al fiume sacro di Roma. Vecchie tabelle dal titolo “Itinerari del Tevere” fanno bella mostra sulla cunetta e le trovo inesplicabilmente intatte, ma scolorite dal tempo, e quindi inutilizzabili al visitatore che s’inoltra in questo parco naturale. Una volta qui c’era anche un ristorante sul fiume dal nome intrigante di “Anaconda”, gestito dalla famiglia Bergamini.

Cesare mi accoglie con un sorriso genuino e una stretta di mano forte e decisa, che rimarrà impressa per sempre nella mia mente. In un attimo mi trovo con lui in mezzo al fiume, e incomincia a parlare della sua vita, ricorda suo fratello Alfredo, che oltre a fratello era compagno, spalla, amico di mille avventure: “perché se ci andava di lavorare si lavorava, sennò si faceva altro. Siamo senza padroni noi”. Alfredo e Cesare fanno parte della terza generazione di pescatori di “ciriole”, ovvero le “anguille” in dialetto romanesco. Ora è rimasto solo Cesare a portare avanti questa pesca faticosa e antica.

Lasciamo il blu della struttura del vecchio ristorante ormeggiata sul fiume per scorrere qualche chilometro più a nord. “…A’ vedi la tartaruga de’ fiume – Cesare mi indica un ramo secco sulla sponda – che si riposa lontano dal rumore della città”, e noto una bella tartaruga che si tuffa in acqua così veloce da non darmi tempo di scattarle una foto. Cesare è avvezzo a stare davanti alla macchina fotografica, mi dice che da bambino abitava vicino agli stabilimenti cinematografici di Via Tiburtina e gli è capitato di fare delle comparse nei film, anche con Alberto Sordi. A questo proposito, devo confessare questo incontro è nato quando la mia amica Marina, sua figlia, me lo fa conoscere tramite le scene di “Sacro Gra”, un documentario del 2013 diretto da Gianfranco Rosi, vincitore del Leone D’Oro come miglior film alla 70ª Biennale di Venezia. Il film è costruito intorno a delle storie che si svolgono sul GRA di Roma, tra cui proprio quella di Cesare, che racconta e interpreta sé stesso in modo schietto, ma profondo.

La giornata continua nella piccola casa poco lontano dalla riva, adibita a cucina e piccolo magazzino, il tutto circondato da coloratissimi oleandri e palme. “Qui noi tutti i giorni se pranza alla mezza”, è perentorio Cesare: quando è mezzogiorno vuole mettere le gambe sotto il tavolo. Alla sua tavola trovo altre persone, nipoti e amici, che amplificano i suoi ricordi e che ora faccio fatica a ricordare tutti, essendo Cesare, oltre che pescatore, un divulgatore del fiume, che vanta anche molti anni di collaborazione con la facoltà di Biologia dell’Università di Tor Vergata. I tempi svogliati del fiume sono marcati dagli orari perennemente uguali di Cesare, con la sveglia alle 5 della mattina per raggiungere in macchina il fiume, per poi salire in barca verso le 7 fino alle 10 per il recupero delle reti. Dopodiché il pescato viene messo in un apposito contenitore immerso nell’acqua. Alle 12 pranzo, breve riposo e dalle 15 alle 17 di nuov

o sul fiume a posare ancora le reti. “Se prima era dura andare avanti di solo pesce – mi confessa Cesare – oggi si fa molta più fatica.” Lo seguo sul barcone mentre carica le reti nella barca.

La giornata è giunta al termine senza che me ne accorgessi. Penso sempre che quando si fanno le cose con passione, la fatica non si sente, come non la sente Cesare che riparte con la sua barca. Prima di fuggire tra le acque del Tevere, questa creatura fluviale mi saluta e mi grida “Scrivi che tutto questo è la mia vita”. Ciao Cesare, a presto.

Maurizio Di Giovancarlo / Tuscia Fotografia/La Fune

 

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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