
IL PUNTO DI VISTA – L’ing. Giannotti, pace all’anima sua, titolare di una fabbrica in città, al volgere dei primissimi anni ’70 vagheggiava di una Viterbo circondata dalle ciminiere di fabbriche e industrie. Allora non aveva torto, non foss’altro perché l’industrializzazione come molla di sviluppo era un leit motiv al quale tutti si accodavano.
Ricorreva, sulla stampa locale e nei discorsi dei politici viterbese, la frase sentenziosa “A noi servono le industrie, e qui noi abbiamo solo campagna”. Ma le cose altrove andavano già diversamente, certificate da una massa di indagini sul campo a livello nazionale e internazionale: la società industriale stava rapidamente cedendo il passo alla società post-industriale, la cui caratteristica era quella di votarsi a un progressivo e dilagante sviluppo del terziario, dei servizi.
Per vari motivi: l’automazione industriale, l’aumento del tempo libero e della domanda di cultura, la crescita della complessità sociale ed economica. E mettiamoci anche il riconoscimento dell’importanza dell’ambiente e della necessità di salvaguardarlo (Il Club di Roma, contro le minacce dell’inquinamento, risale alla metà degli anni ’60), ecc. Fatto sta che da un lato cominciarono a scomparire le ciminiere, esportate nei paesi in via di sviluppo dove la manodopera costava meno, dall’altro si delineò una nuova miniera d’oro: l’industria del turismo, di natura prettamente terziaria, caratterizzata sia da una forte domanda culturale, sia da obiettivi prettamente commerciali (enogastronomia, artigianato, tempo libero, ecc.).
Ovviamente, i territori risparmiati dall’industrializzazione invasiva del dopoguerra, che negli anni ’50-’60 sembravano languire, si ritrovavano un paesaggio conservato, bellezze storiche e architettoniche mantenute in un contesto ambientale originario, spazi verdi, produzione agricola di qualità che, negletti fino ad allora, diventavano improvvisamente materia prima di un nuovo e sempre più diffuso modello di sviluppo.
“Industria” in tal caso non significava fabbriche e ciminiere, ma una organizzazione evoluta delle prassi di servizio e di costruzione dell’offerta di mercato. Di qui, i modi di dire “industria della cultura” (ricordate quando si parlava anche di “giacimenti culturali”?) e “industria del turismo”.
Significava introdurre competenze professionali, valutazioni e strategie razionali finalizzate alla creazione di “prodotti”, piuttosto che affidarsi alla sensibilità aristocratica di poche “anime belle” forgiate da una cultura elitaria sostanzialmente incapace di trasformare una tomba etrusca, una chiesa medievale, un’opera d’arte figurativa anche in una risorsa economica.
Ha ragione Luigi Tozzi, allora, quando dice che ci vorrebbe una nuova “industrializzazione” per Viterbo. Sempre che questa sia intesa come crescita di una mentalità imprenditoriale, di competenze professionali e organizzative, per sfruttare al meglio le risorse della città e del suo territorio, che sono risorse culturali, turistiche ed enogastronomiche, al fine di un reale sviluppo (oggi, ovviamente, sostenibile).
Ebbene, la prima regola di una corretta industrializzazione consiste nel posizionarsi al meglio sul mercato. E allo stato attuale delle cose, “industrializzare” turisticamente e culturalmente Viterbo consiste proprio nel prefigurare parcheggi, eventi, scale mobili e tendoni, assieme a molti altri servizi beninteso, per rispondere alle esigenze dei cittadini, e più in generale dei fruitori della città, segnatamente nel suo centro storico commerciale e residenziale, attualmente allo sbando.
Perché le indagini scientifiche, lungi dal cullarsi sulle impressioni – che vengano da Marte, dai salotti buoni, dai discorsi da bar o dalle esperienze soggettive – oggi ci dicono che i bisogni dei destinatari delle attività del mercato che interessa Viterbo vanno in queste direzioni.


















