

IL DOMENICALE – L’inclusione scolastica è diventata una delle espressioni più ripetute nei documenti pubblici, nei convegni e nei discorsi ufficiali, ma per molte famiglie settembre continua a essere il mese dell’incertezza, quando non si sa ancora se l’insegnante di sostegno sarà presente, quante ore verranno riconosciute, quando arriverà l’assistente all’autonomia, se il trasporto sarà organizzato e se gli spazi permetteranno davvero al ragazzo di partecipare alle attività. Non sono dettagli amministrativi: sono le condizioni senza le quali il diritto all’istruzione rimane una formula vuota e l’inclusione si riduce alla presenza fisica di un alunno dentro un edificio che non è stato organizzato per accoglierlo.
Nell’anno scolastico 2024-2025 gli alunni con disabilità erano quasi 377 mila, il 4,8 per cento degli iscritti, una quota quasi raddoppiata in dieci anni; ma il dato più grave riguarda la continuità, perché il 59,7 per cento ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente o durante lo stesso anno scolastico. Significa che sei ragazzi su dieci hanno dovuto ricostruire una relazione educativa che, in presenza di determinate disabilità, rappresenta essa stessa una parte decisiva dell’apprendimento, della comunicazione e della possibilità di sentirsi sicuri.
Cambiare insegnante non equivale semplicemente a vedere un volto diverso in classe: può significare perdere mesi per ricostruire fiducia, linguaggi, abitudini e modalità di relazione, costringendo la famiglia a spiegare nuovamente ciò che la scuola dovrebbe già conoscere. A pagare sono il ragazzo, obbligato ad adattarsi a un’altra persona, i genitori, chiamati a colmare ogni vuoto, i compagni, che vedono interrompersi un percorso collettivo, e lo stesso docente, spesso assegnato senza sufficiente specializzazione o con un incarico destinato a durare pochi mesi, dentro un meccanismo che pretende continuità educativa mentre produce sistematicamente precarietà.
L’inclusione viene tradita anche quando l’alunno trascorre gran parte del tempo separato dalla classe, quando le attività vengono ridotte a un intrattenimento, quando gli obiettivi sono così generici da non poter essere verificati e quando il docente di sostegno viene considerato il custode esclusivo del ragazzo anziché un insegnante dell’intero gruppo. Mettere due persone nella stessa aula non significa averle incluse se non condividono relazioni, apprendimenti ed esperienze, come non basta costruire una rampa all’ingresso se laboratori, palestra, bagni o mezzi di trasporto continuano a essere inaccessibili.
Secondo l’Istat, nell’anno 2023-2024 il 41,5 per cento delle scuole non risultava accessibile alle persone con disabilità motoria, un dato incompatibile con decenni di norme, promesse e programmi di finanziamento. La barriera architettonica racconta una barriera politica ancora più profonda, perché dimostra che l’alunno con disabilità continua a essere considerato un’eccezione da sistemare successivamente, non una presenza ordinaria sulla quale progettare fin dall’inizio edifici, trasporti, didattica e organizzazione.
Nella Tuscia il problema è aggravato dalle distanze, dalla presenza di piccoli comuni e dalla necessità di raggiungere istituti collocati in altri centri; perciò, il trasporto non può essere trattato come un contributo eventuale o una procedura da completare dopo l’avvio delle lezioni. Se il mezzo non arriva, il diritto dipende ancora una volta dall’automobile e dal tempo dei genitori, quasi sempre da quello delle madri, alcune delle quali sono costrette a ridurre o lasciare il lavoro per garantire accompagnamenti, terapie e assistenza, pagando personalmente il prezzo di un servizio pubblico incompleto.
Ogni istituto dovrebbe iniziare l’anno con insegnanti di sostegno assegnati, assistenti presenti, piani educativi operativi, trasporti attivati e spazi verificati, mentre Comuni, Provincia, Regione e amministrazione scolastica dovrebbero rendere pubblici i dati sulle ore richieste, quelle concesse, i servizi mancanti e i tempi necessari per completarli. Le famiglie non possono essere trasformate in ispettori permanenti dello Stato, costrette a presentare reclami, diffide e ricorsi per ottenere ciò che la legge riconosce già ai loro figli, né si può continuare a finanziare l’inclusione come se fosse una concessione subordinata alle disponibilità residue.
La civiltà di una scuola non si misura dal numero delle volte in cui pronuncia la parola inclusione, ma da ciò che accade al ragazzo più fragile quando entra in classe il primo giorno: se può raggiungere il proprio banco, comunicare, apprendere, partecipare e costruire relazioni senza dipendere dal sacrificio familiare. Quando mancano insegnante, assistenza o trasporto, non è la burocrazia a essere in ritardo: è la Repubblica che ha lasciato un proprio cittadino fuori dalla porta continuando, nello stesso momento, a dichiararlo incluso.

















