
STORIE – Come sempre, quando si ha la necessità di approfondire la storia della nostra città e dei personaggi ad essa legati, la memoria storica di Francesco Morelli è un prezioso aiuto. Questa volta lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sul grande baritono viterbese Fausto Ricci, di cui lo scorso 4 novembre è ricorso il 54 esimo anniversario della morte.
“Fausto Ricci è uno dei figli migliori che Viterbo possa annoverare, anche se purtroppo si è in parte perso il suo ricordo, a poco serve la via che gli è stata intitolata in una traversa di via I. Garbini. Nacque a Viterbo il 15 febbraio 1892 e in giovane età aiutava il padre nell’ impresa edile di famiglia.
Le sue doti canore furono notate, per caso, dal famoso tenore Francesco Marconi, che rimase colpito dalla sua voce robusta e lo avviò allo studio della contessa Giuseppina Vitali Augusti”.
Francesco ci spiega come tra i suoi estimatori, Ricci, potesse vantare: Arturo Toscanini che arrivò ad affermare «Ricci ha una voce grandiosa e di una bellezza incomparabile», Titta Ruffo, Mattia Battistini, Enrico Caruso, Pietro Mascagni e Serafini.
“Ha dato lustro alla nostra città facendola diventare, per un periodo, meta dei più grandi tenori della sua epoca, i quali sono passati nella casa di Ricci, non solo per andarlo a trovare ma anche per esercitarsi con lui”.
Baritono già affermato durante i primi decenni del Novecento, eseguì alla Scala nel 1918 il Mosè di Rossini, l’ Aida e l’Andrea Chénier. Proprio legato a questo periodo Francesco ci svela un aneddoto “Durante la prima guerra mondiale Ricci era al fronte, curiosamente insieme al grande tenore Beniamino Gigli. Gli venne chiesto di rientrare per la prima della Scala di Milano. Si presentò in tenuta da fante e l’usciere del teatro gli disse «si scansi, stiamo aspettando il grande cantante Ricci» e lui, allo stesso tempo infastidito e divertito, si presentò sul palcoscenico vestito da soldato”.
La brillante carriera del viterbese prosegue con tappe in tutta Italia: alla Pergola di Firenze, al San Carlo di Napoli, al Comunale di Bologna, al Regio di Torino, al Massimo di Palermo, al Teatro Nuovo di Verona, a Siena, a Bergamo ed infine il suo esordio all’ Unione di Viterbo con il Faust è del 1919. Sarà di nuovo a Viterbo nel 1924 in occasione di un concerto di beneficenza, nel 1938 in piazza del Plebiscito, quando il Giornale d’Italia scriverà «..egli seppe commuovere ed affascinare la folla che gremiva la piazza, scatenando alla fine applausi entusiastici» e nel 1939 per la Forza del destino, quando dalla galleria del teatro volò un’espressione dialettale, probabilmente molto gradita, al suo indirizzo «Ammazzete che pornelle».
“Il mio primo incontro con il grande baritono risale proprio al 1938. Siccome mio padre era montatore di scene al teatro Unione spesso andavo a vederlo lavorare. Una di queste volte, ero a sedere su una cassetta e c’era un distinto signore, che non conoscevo, il quale si stava esercitando. Cantava, cantava e sentivo questa voce potente ma ancora non mi rendevo conto di chi avessi davanti. Quando si accorse che lo stessi guardando mi fece «che dici a Morè» ed io risposi «che siete grande», ma, nella mia ingenuità di bambino di sette anni, intendevo grande di età. A quel punto mio padre mi rimproverò, dicendomi che con quel signore avrei dovuto usare altri termini”.
“Un altro episodio che, in qualche modo, da ragazzo mi ha avvicinato al grande cantante riguarda un matrimonio. Un sabato sera smisi di lavorare, ancora non ero sposato e trovai la Pasqualina (noto personaggio viterbese) che mi aspettava, mi chiese di aprirle la chiesa di Santa Maria Nuova (all’ epoca avevo le chiavi) poiché il giorno successivo si sarebbe dovuta sposare. La mattina dopo c’era la messa e venne il baritono Ricci a cantare, si posizionò dietro l’altare e mi chiese una sedia, gliela portai e mi ricordo che si mise a sedere a cavalcioni ed iniziò a scaldare la bocca. Cominciò con l’Ave Maria di Schubert e non esagero se vi dico che i vetri della chiesa tremavano”.
“Ci fu un momento della sua carriera in cui il successo, in Italia, calò un po’; periodo in cui crebbe vistosamente, invece, all’ estero, America compresa. La leggenda racconta di una soprana un po’ debole, così per non rovinare la serata venne chiesto a Ricci di darle un aiuto leggero da dietro le quinte, lui al momento giusto alzò poderosamente la voce e finì per bisticciare con gli impresari. Rimase celebre la frase con cui si congedò quella sera: «chi ha più polvere spara».
Chiamato ovunque all’ estero, cantò nei principali teatri d’Europa: da Vienna a Londra, da Madrid a Berlino.
“Legato a Berlino c’è un curioso aneddoto, tramandatomi direttamente dal sor Mario Rossini che era presente. Ricci era in tournée accompagnato da alcuni amici di Viterbo che spesso lo seguivano, come Armando Fulvi, Mario Rossini e Tommaso Valdambrini. La mattina dopo uno spettacolo videro un pellicciotto esposto in una boutique e per curiosità entrarono per sentire quanto costasse, il proprietario parlava bene l’italiano e disse «siete italiani? Io a un italiano soltanto regalerei questo pellicciotto! Al grande baritono Ricci, che ieri sera ho avuto il piacere di sentire al teatro dell’Opera». A quel punto Ricci fece abbassare la saracinesca e si mise a cantare dentro il negozio, così il commerciante gli regalò il prezioso pellicciotto”.
Successivamente Ricci si trasferì in America con la moglie e le figlie e la girò per alcuni anni.
Al prestigioso Colon di Buenos Aires interpretò Marcello in una Bohème ancora ‘fresca di stampa’. Nella stessa città fece un’esibizione per festeggiare il volo transoceanico di Francesco De Pinedo. In questa occasione un critico musicale argentino affermò «di fronte alla voce di Ricci, quella degli altri cantanti non è adatta neppure a chiamare un taxi all ’uscita del teatro».
“Durante il periodo americano la figlia di Ricci sposò un italo americano di Buenos Aires che andava a scuola di canto dal padre, essendo anch’ egli baritono”.
“Tornò poi a Viterbo sul finire del secondo conflitto mondiale per stabilirsi nel suo villino sulla strada Cimina.
Quando si avvicinarono gli alleati andò sfollato in certe grotte in località Pian di Tortora, verso Ponte di Cetti. Proprio negli ultimi periodi delle guerra a Villa Buon Respiro si insediò il comando tedesco e un giorno si diffuse la notizia che stessero cercando un certo partigiano Ricci, qualcuno disse «Ricci sta a Pian di Tortora», scambiando il partigiano con il baritono. Un ufficiale tedesco prese 3 o 4 soldati, seguirono l’indicazione ricevuta dirigendosi verso Pian di Tortora. Quando lo trovarono, l’ufficiale gli disse «partigiano kaput», non intendeva ragioni, voleva fucilarlo. Ricci dopo aver spiegato inutilmente che si trattasse di uno scambio di persona, prese coraggio e si mise a cantare Nemico della Patria dall’opera Andrea Chénier di Umberto Giordano. A quel punto l’ufficiale si ricordò di averlo sentito cantare in Germania, quindi lo prese, lo portò al comando e accertato che non fosse il Ricci partigiano, lo munirono di un lasciapassare e gli fecero fare diverse serate per la truppa tedesca”.
La parabola di vita del grande baritono si arrestò a Viterbo il 4 novembre 1964.
Di recente gli è stato dedicato un premio, nell’ ambito del concorso lirico che si svolge ogni anno a Viterbo, giunto alla VI edizione.


















