Il vino etrusco approda a Bolsena: l’unico al mondo vinificato come 2700 anni fa e fermentato tre metri sotto terra
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Fermenta tre metri sotto terra, senza luce, senza ossigeno, come facevano gli etruschi nel 750 a.C. Nessun controllo, nessun travaso. Solo il silenzio, la terra e la memoria. Francesco Mondini ci racconta il Vino etrusco, a Bolsena.

BOLSENA – Non state bevendo un vino. State bevendo 2700 anni di memoria. Una storia fatta di terra, intuizione e rispetto per la natura. Una storia che non si beve soltanto: si ascolta, si respira, si sente addosso. E che per una sera ha preso vita a Bolsena, in una cornice sospesa tra fiori, profumi e il bagliore lento del tramonto sul lago. Qui, la cantina Aenos del quartiere Castello ha dedicato una serata a un prodotto che ha dell’incredibile: il vino etrusco dell’Azienda agricola Bio Tarazona Miriam, con sede ad Arezzo.

Una degustazione che possiamo definire storica, perché si tratta, senza esagerazione, dell’unico vino al mondo vinificato seguendo fedelmente il metodo degli antichi etruschi del 750 a.C. A guidare l’incontro, Francesco Mondini, vignaiolo, studioso, custode di un sapere antico e fondatore del Metodo Mondini, il frutto di 25 anni di studi in collaborazione con archeologi, geologi e agronomi.

Il progetto nasce nel 2000, quando Mondini, con l’aiuto del Prof. Maurizio Pellegrini, direttore didattico del Museo di Villa Giulia a Roma, avvia una ricerca su come gli etruschi vinificassero il vino prima dell’arrivo dei Romani. Il risultato? Un vino fermentato in orci di terracotta coibentati con cere e resine naturali, interrati a tre metri di profondità, in assenza totale di luce, ossigeno e rumore. Una “cantina naturale” identica a quella che gli etruschi ricavavano scavando sotto terra o sfruttando grotte e anfratti.

“Un vino che è stato un anno sottoterra ha bisogno di ossigeno, di riaprirsi, di respirare. È come un risveglio. Io consiglio almeno venti minuti all’aria, magari in un decanter. Ma lo dico piano, se mi sentono i sommelier mi diseredano…” scherza Mondini, mentre versa il primo calice.

Il vino, infatti, si trasforma col tempo e con l’aria: “Se lo bevete domani, è un altro vino. I profumi si aprono, la materia evolve. È vivo, come lo era 2700 anni fa.”

Il terreno in cui vengono interrati gli orci è stato studiato con carotaggi verticali, e si è scoperto che a 3 metri di profondità la temperatura si mantiene costante tra i 14 e i 16 gradi tutto l’anno, rendendo l’ambiente ideale per una fermentazione lenta e naturale. Non c’è travaso, non c’è controllo. Il vino sta lì, sospeso nel tempo, e acquisisce una carica mineraria diversa, perché la terra interagisce.

La produzione è minuscola: solo 350 bottiglie all’anno, da 1000 viti antiche (alcune di 100 anni), ereditate dal nonno e mantenute secondo i principi della permacultura. I vitigni? Alcuni quasi scomparsi. E la vinificazione? Antica, senza compromessi: uve diraspate a mano, follature manuali, nessuna tecnologia invasiva.

Ma quali sono questi storici prodotti?

Uvem: blend di Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Trebbiano, Malvasia, Albana. È il primo vino al mondo vinificato in orci vetrificati interrati a 3 metri.

Vinum: prodotto secondo il Metodo Mondini.

Album: bianco da Albana, Trebbiano e Malvasia, vinificato con macerazione e follature manuali, fermentato per caduta in orci coibentati.

Nerum: dopo la pressatura, riposa cinque anni in orci interrati a tre metri, isolati con cera e resine, per una maturazione profonda e ancestrale.

Un’esperienza da provare. Dove? Ad Arezzo o da Aenos, a Bolsena!

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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