VITERBO – I boy-scout sono stati un punto di aggregazione per generazioni di italiani. Negli anni Ottanta un gruppetto di ragazzi di Viterbo si conoscono grazie a quell’esperienza e venne loro naturale frequentarsi al di fuori. Inizialmente si trovano al Paradiso, alla fine della omonima salita di fronte alla chiesa. Furono anni di grandissima espansione edilizia, motivata dalla creazione di nuovi nuclei famigliari: l’area intorno a via Monfalcone e la Mazzetta divennero i quartieri bene di Viterbo.
Questi ragazzi degli anni Ottanta erano tutti di “buona famiglia”: espressione molto comune, mi crea problemi psicologici ma è importante per quello che segue. Parlo spessissimo di consapevolezza, identità e pianificazione. Cosa centra con l’amicizia?
Negli anni Settanta e inizio Ottanta a Viterbo esistevano tantissimi gruppi. Personalmente sono più informato di piazza Crispi, dove ne convivevano molti anche di natura filosofica-partitica opposta. Spesso Il sociologo Francesco Mattioli li cita come entroterra culturale di Viterbo. Nel caso del Trogolo, nessuna ideologia, solo la voglia di amicizia e stare insieme. Come tutti fecero vacanze memorabili. Viene alla mente quella del 1988 in Francia, per citarne una, dove l’esperienza cementificò l’amicizia. Tutto normale, direi.
La differenza tra tutti e il gruppo che si trovava a via Monfalcone è stata la consapevolezza e l’identità. Intanto si sono dati un nome: Trogolo. Presto arrivarono magliette e senso di appartenenza. Addirittura una tessera di gruppo. Quando si spostavano erano riconoscibili sia per la goliardia che per follia. Come accennato prima, erano tutti di “buona famiglia” e questo permise di avvicinarsi e a volte superare i limiti del consentito senza mai pagarne serie conseguenze.
Dallo storico 1985, un lento inesorabile scollamento dettato dalla vita che li ha a volte portati lontano: i lavori, i consorti, i figli e immagino qualche nipote e purtroppo anche la prima morte per incidente stradale. Intorno al 2005 il punto di minimo, poi anche con l’aiuto dei moderni social media un progressivo ritrovarsi in molte maniere. Le amicizie nate da grandi sono sempre al confine tra l’utile e il dilettevole. Non il Trogolo. Si cercano, si incontrano e non fanno nulla. Magari bevono una birra come scusa. Adesso sono come un piccolo microcosmo.
Nella diffusa tradizione viterbese, prima di consultare un non meglio identificato professionista senza volto o nome, si cerca tra gli amici del Trogolo la soluzione all’ultimo problema. Non per risparmiare, ci si fida solo degli amici veri. Basta incontrarsi per caso che scatta immediata la complicità, la comprensione reciproca e la voglia di rivedersi. Quando avviene qualcosa di grosso la telefonata ai più vicini del Trogolo
è istintiva. L’identità ha vinto la battaglia con il tempo.
La nostra è una piccola comunità. Mi emoziono a raccontare questa storia di amicizia di gioia di vivere e di sentimenti profondi. Ho legami viscerali con questo gruppo di cui non ho mai fatto parte. Vedo molti volti amici e sento di soprannomi che sono a me stesso riconducibili: il Trauto, Nino. Recentemente Altiero Andreozzi decide che per il 40ennale serve un evento pubblico. Vengono ristampate le iconiche magliette e organizzato un mega pranzo a San Martino dove arrivano 60 persone circa. Al posto dello scomparso Roberto arrivano moglie e figli. La loro amicizia ha superato i confini dell’esistenza.
La lezione da imparare è che la qualità della nostra vita dipende dai rapporti umani e di amicizia. Per crearne di duraturi serve sia la consapevolezza che l’identità, come del resto per tutto. Il Trogolo ha vinto tutte le battaglie, sono amici nonostante le distanze, la vita. Con un
pochino di invidia i miei sinceri complimenti.























