Il sigillo di Aufret: l’oro di Civita che brilla a Londra
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Ritrovato tra le macerie di una chiesa crollata nel Settecento, l'anello longobardo di Civita di Bagnoregio è oggi un tesoro esposto al Victoria and Albert Museum . Una storia che ci ricorda come la nostra terra sia un puzzle di identità perdute e pezzi di storia che, ancora oggi, ci chiamano a gran voce.

STORIE / IL DOMENICALE – C’è una storia che parte dalle macerie di una Civita di Bagnoregio che non esiste più, attraversa tre secoli di oblio e finisce, per uno strano gioco del destino, dietro le teche blindate del Victoria and Albert Museum di Londra. È la storia di un anello-sigillo in oro del VII secolo, un piccolo cerchio di metallo prezioso che porta con sé il nome di un uomo, Aufret, e il destino di un intero popolo che ha segnato la nostra terra.

Era il 5 settembre 1726 quando, tra i calcinacci ancora visibili di quello che fu il Castrum di Bagnoregio, la terra decise di restituire questo tesoro proprio tra le rovine della chiesa di San Pietro, ridotta a uno scheletro di pietra dal violentissimo terremoto dell’11 giugno 1695. Mentre Civita iniziava la sua lenta trasformazione nel borgo sospeso che oggi incanta il mondo, quel reperto riemergeva dal buio come testimone muto di un’epoca in cui la Tuscia era terra di confine e di insediamenti longobardi.

Quel nome, Aufret, inciso con cura certosina, non è solo un esercizio di oreficeria ma un vero e proprio documento d’identità che ci racconta di una presenza forte, di un’aristocrazia germanica che aveva scelto Bagnoregio come avamposto strategico per amministrare e lasciare il proprio sigillo sulla vita sociale di un territorio in piena mutazione.

Ritrovare quell’anello, oggi custodito gelosamente a Londra nella sezione dedicata all’oreficeria medievale, significa rimettere in discussione l’idea che la Tuscia sia soltanto un susseguirsi di necropoli etrusche o palazzi rinascimentali, rivelandola invece come un archivio stratificato dove genti venute da lontano hanno lasciato le loro tracce più intime incise nell’oro. È una sorte che condividiamo con troppi pezzi della nostra storia, tesori che diventano patrimonio dell’umanità ma che strappano un velo di nostalgia a chi, camminando per le vie di Civita, sa che lì, tra quelle pietre, il nome di un nobile longobardo un tempo brillava al sole.

La vicenda dell’anello di Aufret ci insegna che il nostro paesaggio non è solo roccia e bosco, ma un racconto che attende di essere riletto e che la nostra identità è un puzzle che si ricompone lentamente, pezzo dopo pezzo, ad ogni scavo e ad ogni riflessione sulla nostra storia. Resta quel desiderio, forse presuntuoso ma profondamente identitario, che un giorno quel sigillo possa tornare a casa, anche solo per un breve tempo, per raccontare a noi che abitiamo questi luoghi che, secoli fa, un uomo di nome Aufret camminava dove oggi camminiamo noi, tra il tufo e il silenzio di una Civita che continua a sfidare il tempo e l’oblio.

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