Il Re archeologo svedese che venne a scoprire i tesori degli etruschi
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In Italia molti lo conoscevano con lo pseudonimo di "Re archeologo", un appellativo che Gustavo VI Adolfo si è guadagnato sul campo durante le sue varie spedizioni di scavo. Molte nella Tuscia.

In Italia molti lo conoscevano con lo pseudonimo di “Re archeologo“, un appellativo che Gustavo VI Adolfo si è guadagnato sul campo durante le sue varie spedizioni di scavo. Anche a Viterbo ci sono ancora persone, ormai non più giovanissime, che ricordano le occasioni in cui il Re di Svezia arrivava in città. Raccogliendo le testimonianze si delinea un’immagine del monarca fuori dagli schemi: un uomo che nonostante la sua provenienza, amava sporcarsi le mani con gli scavi insieme agli operai e, spesso e volentieri, fermarsi a mangiare insieme a loro. Tantissime le storie, vere e romanzate, che circolano sul suo conto anche nella Città dei Papi.

L’interesse per l’archeologia era nato in Gustavo Adolfo sin dall’infanzia. In questo ebbe certamente un ruolo importante la madre, la Regina Vittoria. Ella si era sempre interessata all’arte e all’archeologia e fatto numerosi viaggi (ad esempio in Egitto). Il suo primo scavo avvenne a 15 anni, nei pressi della residenza reale estiva in Svezia. A 17 anni le cose si fanno più serie e Gustavo Adolfo prende parte a uno scavo a Capri condotto dal medico svedese Axel Munthe.

Quella che sembrava un’ingenua passione infantile, poi, si trasforma in una vera e propria vocazione quando nel 1902 Gustavo Adolfo si iscrive all’Università di Uppsala e intraprende gli studi di archeologia. Negli anni prende parte a una serie di scavi nel mediterraneo, poi nel 1925 si impegna attivamente per l’apertura dell’Istituto di Studi Classici di Roma, che diventa la base dell’attività archeologica svedese in Italia e si concentra molto sullo studio della cultura etrusca.

Gustavo Adolfo viene incoronato nel 1950, mentre dal 1957 al 1978 si svolsero le grandi campagne archeologiche nella Tuscia: a San Giovenale e Luni sul Mignone, nel comune di Blera, e nella zona dell’Acquarossa nei pressi di Ferento. Nel corso di questi anni, e fino alla sua morte nel 1973, il Re fu uno stimato collaboratore sul campo. Basco sulla testa e maniche della camicia arrotolate, partecipò con entusiasmo alle campagne di scavo. Innumerevoli fotografie lo ritraggono inginocchiato sul margine di una trincea mentre, munito di trowel (cazzuolina da archeologo) e pennello, ripulisce pazientemente un frammento appena rinvenuto.

Gli scavi nel sito dell’Acquarossa cominciano nel 166, sotto la direzione di Carl-Erik Östenberg. Scopo dell’impresa era la comprensione della vita quotidiana in una città etrusca. Se fino ad allora l’interesse si era sempre concentrato su templi, santuari e necropoli, infatti, ora si voleva conoscere questo nuovo aspetto della società etrusca. Uno dei risultati più concreti e importanti dello scavo di Acquarossa è stata la scoperta di abitazioni di gente comune del VI secolo a.C., che rivela come l’architettura domestica fosse piuttosto complessa e gli etruschi costruissero diversi tipi di case, utilizzando diversi materiali.

Altre scoperte di grande interesse furono le decorazioni fittili di rivestimento degli edifici, risalenti in parte al VII secolo a.C. di forme prima sconosciute. Il sito dell’Acquarossa ha rivelato, tra l’altro, che molti tipi di terrecotte che si ritenevano esclusivamente associati con gli edifici sacri, erano in realtà utilizzati anche per le abitazioni.

Il Re di Svezia è descritto da molti come una persona che amava lavorare attivamente agli scavi, benché non prese mai il ruolo di direttore, che veniva sempre lasciato a esperti del settore. L’interesse per l’archeologia, però, portò la Corte a finanziare cospicuamente le attività nella zona dell’Etruria, che altrimenti avrebbero avuto interessi assai più modesti. Secondo i racconti di molti il lavoro pratico sul campo e i problemi quotidiani della realtà archeologica sembravano affascinarlo più di astratte speculazioni e teorie accademiche. Re Gustavo Adolfo seppe così unire la modestia e il rispetto nei confronti dell’archeologia accademica ad una serena e discreta maestria sul campo.

In molti ricordano il lavoro del Re Gustavo Adolfo nella Tuscia, fra gli aneddoti anche quello della Regina Luisa che lavava i “cocci” rinvenuti insieme alle altre donne del paese. Fra le tante voci spicca quella di Mario Moretti, soprintendente alle Antichità dell’Etruria Meridionale dalla fine degli anni ‘60 al 1977, che più volte ha avuto occasione di incontrare il monarca svedese. “Come etruscologo debbo dire con estrema assoluta franchezza che le ore trascorse con il Re sono sempre, dal punto di vista professionale straordinariamente interessanti. Quello che sorprende tutti noi è la sua infaticabile, assidua ricerca di cose nuove onde poter essere continuamente al corrente di tutti i progressi della scienza archeologica, ritenendo suo preciso dovere, come responsabile morale di una equipe di scavatori fra le più efficienti d’Europa, di far fronte ad ogni e qualsiasi problema, come quelli, per esempio, che si sono presentati recentemente nell’interessantissima campagna di scavo di Acquarossa in Viterbo”.

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