

IL PUNTO DI VISTA – (Foto di una campagna Benetton firmata da Oliviero Toscani) Il colore della pelle non ha mai fatti impressione a nessuno. Gente di pelle nera viveva tranquillamente nelle città romane, anzi qualche imperatore, come Filippo l’Arabo, spuntava sull’olivastro, mentre qualcuno ritiene che avesse pelle abbastanza scura il greco Esopo. Il razzismo su queste differenze di colore ha origini abbastanza moderne, frutto per lo più dello schiavismo e del colonialismo ottocentesco. Quindi chi ancora ritenesse che una pelle nera non fa italianità, dovrebbe poi spiegare se è più italiano un siciliano di origini arabe, un pugliese di origini bizantine, un friulano di origini slave, un trentino di origini germaniche, un sardo di origini catalane o un piemontese di origini franche.
Senza contare che nel mondo globale odierno la mescolanza di razze (absit iniuria verbis), etnie, culture, popoli è talmente evidente che una appartenenza nazionale non si può discutere a partire dal colore dell’epidermide e neppure dai tratti somatici. Chi la mette su questo piano è, nel migliore dei casi, caratterialmente passatista; nel peggiore, manifesta una colossale ignoranza in storia e nelle varie scienze socioantropologiche.
Qualcosa di simile riguarda il discorso sull’appartenenza di genere; preordinare prerogative gerarchiche e funzionali su questa base significa semplicemente vivere in un passato storico dove la prevalenza dell’uomo nasceva da un pregiudizio e da un assetto sociale arcaico squilibrato e violento. Che la Bibbia abbia visto nella donna il principale responsabile della dannazione del genere umano dice qualcosa sul mondo di tremila anni fa. Che vi sia una differenza sostanziale nel Cristianesimo tra il messaggio ecumenico di Gesù e le discriminazioni di Paolo di Tarso è stato notato da molti.
Anche sull’orientamento sessuale occorre sottolineare che la “normalità” è solo un concetto statistico, mentre è molto più importante la coesione sociale intorno a principi e valori che esaltano il rispetto reciproco tra gli individui. Una volta che riuscissimo a respingere ai margini della civiltà coloro che la pensano diversamente da quanto si è detto finora, non perché debbano essere privati della loro libertà di pensiero, ma solo perché manifestano inimicizia verso la nostra Costituzione democratica, dovremmo forse dire che gran parte dei problemi di integrazione sociale sarebbero risolti? Purtroppo no.
Con la globalizzazione e con il fenomeno migratorio, mai così evidente come tra la fine del XX secolo e questi primi decenni del XXI, sono venute a stretto contatto culture molto diverse fra loro, talvolta del tutto irriducibili l’una all’altra. Una cultura si distingue per il suo patrimonio di valori e di costumi, che determinano poi le forme giuridiche, politiche ed economiche, perfino se queste sembrano dominanti. Oggi abbiamo culture che tentano di convivere. Molte ci riescono perché le differenze riguardano più tradizioni folcloristiche che valori di base, stili di vita e modelli di potere.
Ma in altri casi, siamo di fronte a condizioni antitetiche sia di principio che di comportamento; a un vero e proprio conflitto interculturale. Ci sono culture che si sviluppano secondo itinerari ideologici incompatibili, a esempio, con i valori costituzionali delle democrazie occidentali. In materia di laicità dello stato. In materia di uguaglianza di genere. In materia di risoluzione dei conflitti. In materia di rispetto della diversità. E il rischio è che la tolleranza propria delle democrazie occidentali, e magari persino lo spirito di carità, ospitalità e comprensione di tante organizzazioni laiche e religiose d’occidente, finiscano per aprire varchi enormi proprio alla distruzione della libertà e della democrazia.
Sorprende infatti che certe organizzazioni sindacali, politiche e religiose nostrane, le prime a reclamare il rispetto della nostra Costituzione repubblicana, laica e antifascista, le prime a rivendicare i diritti della donna e della diversità, le prime a esaltare la libertà e la democrazia, siano poi in prima fila a solidarizzare con gruppi culturali che negano tutte queste prerogative della vita associativa dell’Occidente. In nome di una carità ambigua e di un solidarismo di classe ancor più contraddittorio.
Il problema esiste e non è nazionale; è globale. In ogni caso, per quel che ci riguarda, se gli articoli della Costituzione – e quindi la Legge – valgono per tutti i cittadini e per tutti coloro che operano sul territorio del Paese, non è possibile conciliare i valori dell’uguaglianza e della libertà con quelli di sistemi ideologici che espressamente o nella loro applicazione ne fanno strame. Ad esempio, la libertà religiosa di cui agli artt. 3 e 8, non prevede che essa possa prevaricare rispetto al resto degli articoli della Costituzione. Da questo punto di vista, rischiano di avere ragione coloro che forse semplicisticamente proclamano: “qui si fa così, se non sei d’accordo quella è la porta”.
Allora, affinché non siano le forze conservatrici, autocratiche, suprematiste, più o meno velatamente neofasciste – proprio quelle che ogni giorno dimostrano di voler attentare alla Costituzione – a vantarsi di difenderne le fondamenta etiche, sarebbe opportuno che i partiti
e i movimenti democratici, liberali, progressisti e pluralisti fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione, fossero loro a porre paletti giuridici e comportamentali ineludibili nei confronti di quelle culture altre che non si adeguano ai nostri valori fondanti. Fino, se del caso, ad indicare loro l’uscio.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.




















