Il padrone in tasca: la nostra incapacità di dire "basta" alla tecnologia da smartphone
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Non è colpa dello smartphone se non leggiamo più un libro, né dell'algoritmo se abbiamo perso la pazienza, è la nostra incapacità di porre dei limiti che ha trasformato un alleato, in un padrone.

IL DOMENICALE / MONDO DIGITALE – Siamo AIAC Servizi, una società di Management e Consulenza Informatica. Dopo oltre 20 anni vissuti all’interno di aziende private, oggi mettiamo quell’esperienza pratica al servizio della Tuscia. Uniamo studio costante e conoscenza del campo per supportare attività, enti e professionisti nella gestione aziendale e nell’innovazione digitale.

Data l’attività che svolgiamo spesso ci fanno delle domande inerenti al nostro lavoro. Di recente ci è stato chiesto: “Non era meglio prima, quando non c’era tutta questa tecnologia?”. Guardare indietro, agli anni ’70 e ’80, non significa necessariamente invocare un tempo migliore. Sarebbe un errore intellettuale. Quell’epoca aveva i suoi limiti, le sue asperità e la sua buona dose di inefficienze. Tuttavia, analizzare quel passato in contrapposizione al presente ci permette di leggere, con una netta chiarezza, il paradosso in cui viviamo oggi: abbiamo trasformato la tecnologia, che prometteva di liberarci dalla fatica e di regalarci tempo, in una invisibile schiavitù.

Se c’è un filo rosso che divide le generazioni di allora da quelle attuali è il rapporto con l’attesa. Negli anni ’80, l’attesa era la struttura portante della quotidianità. Si aspettava lo sviluppo del rullino dal fotografo, si aspettava che la canzone preferita passasse alla radio per registrarla, si aspettava il notiziario serale per conoscere il mondo, si aspettava la cartolina delle vacanze, si aspettava settimane per ricevere un articolo acquistato su catalogo cartaceo, e tanto altro. Non era solo una questione di lentezza tecnica, era una questione di “forma mentis”. L’attesa era lo spazio fisico e mentale in cui la vita accadeva. Era il tempo necessario per desiderare, per riflettere, per ragionare sulle cose. Oggi, la tecnologia ha quasi azzerato l’attesa. Tutto è on-demand, tutto è istantaneo. Eppure, a questa velocità esponenziale non è corrisposta una maggiore serenità. Al contrario, abbiamo sviluppato una totale intolleranza al minimo tempo di attesa. Pretendiamo risposte immediate, reazioni istantanee, gratificazioni in tempo reale. Abbiamo confuso la velocità con l’efficienza, scoprendo solo ora che la fretta è il nemico numero uno della profondità.

La tecnologia moderna era stata venduta come la grande emancipatrice. Computer, automazione e connettività avrebbero dovuto semplificare il lavoro, riducendo drasticamente le ore necessarie a gestire la burocrazia del vivere, per lasciarci più spazio per noi stessi. La realtà è diametralmente opposta. La tecnologia ha semplicemente abbattuto i muri che delimitavano i nostri spazi. Lo smartphone non è più un mezzo di comunicazione: è un cordone ombelicale, che ci tiene costantemente all’erta. Siamo diventati “sempre disponibili”, e in questa
reperibilità perenne abbiamo perso il possesso del nostro tempo libero. Non siamo più noi a decidere quando dedicarci a qualcosa; è il flusso infinito di notifiche, di feed e di emergenze a dettare il ritmo della nostra giornata. Abbiamo barattato il tempo di qualità per una frammentazione del tempo in micro-attività, spesso senza valore, restando perennemente incollati a schermi, che promettevano di aprirci il mondo, ma che finiscono spesso per chiuderci in una bolla di distrazione costante.

Forse la trasformazione più radicale riguarda il modo in cui ci relazioniamo agli altri. Un tempo, per capire chi fosse una persona, dovevi viverla. Dovevi confrontarti con le sue idee, vedere come reagiva sotto pressione, testare la sua coerenza in situazioni reali. Era un processo lento, fatto di conoscenza, di silenzi e di condivisione dello spazio fisico. Oggi, abbiamo sostituito l’essere con l’apparire, come dice Vasco “Siamo qui, a nascondere quello che sei dentro quello che hai, a confondere quello che sei dentro quello che usi”. Pensiamo di conoscere una persona perché consultiamo il suo profilo social. Confondiamo la biografia con la bacheca, l’identità con il personal branding. Siamo diventati spettatori di una vita curata, filtrata e performativa, convinti che quel riflesso digitale sia la realtà. Ma c’è una solitudine di fondo in questo scambio: ci sentiamo “connessi” a centinaia di persone, eppure la qualità dei legami si è fatta più liquida, più superficiale. Abbiamo delegato la costruzione della nostra immagine agli algoritmi, perdendo per strada la capacità di autenticità e unicità, che solo il confronto diretto, senza filtri e senza “mi piace”, poteva garantire.

Infine, c’è la grande ironia della privacy. Per decenni, le battaglie civili si sono concentrate sul diritto alla riservatezza, sul timore di un controllo esterno, di un “Grande Fratello” che potesse spiare i nostri spostamenti o le nostre opinioni. Oggi, quel Grande Fratello non ha avuto bisogno di forzare le porte: siamo stati noi ad aprirgliele, entusiasti. Abbiamo assistito a un capovolgimento psicologico senza precedenti: dopo aver lottato per la segretezza, siamo diventati i primi artefici della nostra sovraesposizione. Non ci limitiamo a
usare la tecnologia, la nutriamo con la nostra intimità. Postiamo dove siamo, cosa mangiamo, con chi siamo, quali sono i nostri umori. Abbiamo trasformato la nostra vita privata in merce di scambio, per un consenso effimero, un like, una validazione esterna da parte di sconosciuti. La privacy, che un tempo era un baluardo difensivo, è diventata un accessorio sacrificabile sull’altare della visibilità.

È tempo di smettere di guardare a questo cambiamento con lo sguardo di chi rimpiange il passato. Il progresso è irreversibile e sarebbe sciocco negare le comodità che la tecnologia ci ha portato. Tuttavia, è necessario un atto di resistenza intellettuale. Essere consapevoli del paradosso in cui viviamo è il primo passo per recuperare in parte la nostra autonomia. Non si tratta di tornare a usare il telefono a gettoni o di rinunciare a internet, ma di recuperare il diritto al silenzio, al tempo non misurabile dai social, e alla profondità delle relazioni reali. Dobbiamo imparare a riappropriarci del nostro tempo, sottraendolo alla dittatura dell’istante, e a proteggere la nostra identità, sottraendola alla logica dell’esibizione.

La tecnologia è solo uno strumento: il modo in cui lo usiamo — o ci lasciamo usare — dipende esclusivamente da noi. Ma è onesto anche ammettere che non siamo stati vittime ignare di un’invasione aliena. Siamo stati, anzi, i primi complici di questo cambiamento. Affascinati dalla potenza di questi nuovi strumenti, dalle promesse di onnipotenza che portavano con sé, le abbiamo accolte, nutrite e integrate in ogni piega del nostro esistere. Abbiamo ceduto alla seduzione della convenienza, barattando volentieri un pezzo della nostra privacy in cambio di una comodità immediata, e abbiamo alimentato gli algoritmi con la nostra stessa intimità, convinti che la visibilità fosse sinonimo di rilevanza. Non possiamo ora puntare il dito contro uno strumento che, in fondo, abbiamo scelto noi di abbracciare. Noi che facciamo parte degli anni ’70 e ’80 e spesso concludiamo il discorso dicendo che le nuove generazioni sono sempre attaccate allo smartphone. Ma la responsabilità, per quanto scomoda, è nostra. Perché i primi ad essere rimasti affascinati e boicottati siamo stati proprio noi.

Non è colpa dello smartphone se non leggiamo più un libro, né dell’algoritmo se abbiamo perso la pazienza, è la nostra incapacità di porre dei limiti che ha trasformato un alleato, in un padrone. E forse, la sfida più grande del nostro secolo, non è inventare la prossima applicazione miracolosa o sognare un futuro tecnologicamente avanzato, ma imparare a gestirla. Dobbiamo ritrovare il coraggio di affermare che, al di là di ogni schermo, siamo ancora noi i padroni della nostra attenzione e che, se abbiamo il potere di accendere questo mondo digitale, sappiamo anche quando è il momento di staccare la spina, declinando così il nostro tempo anche in attività reali.

È anche questa la missione che portiamo avanti ogni giorno in AIAC Servizi. Noi la tecnologia la viviamo, la studiamo e la implementiamo, ma con una consapevolezza diversa: quella che gli strumenti digitali debbano essere al servizio dell’uomo, e non il contrario. Il nostro lavoro consiste nell’intervenire sulle inefficienze aziendali, non per spingere le persone a correre di più o a produrre freneticamente, ma per permettere loro di lavorare meglio dando un valore aggiunto alla loro attività.

Se vuoi migliorare la tua attività e la qualità del lavoro dei tuoi dipendenti, o semplicemente avere un confronto con noi in merito alla nostra idea di Management, contattaci al numero 3793544697, scrivici all’indirizzo mail info@aiacservizi.it oppure visita il nostro sito aiacservizi.it.

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Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Per quindici anni la madre del grande Napoleone fu sepolta nella chiesa delle Monache Passioniste a Tarquinia.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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