

VITERBO – Chi si aspettava la solita, soporifera tornata per il rinnovo del consiglio provinciale farebbe bene a ricalibrare la mira. A Palazzo Gentili i giochi sono fatti, le liste sono depositate e la fotografia che ne emerge restituisce l’immagine di una Tuscia politicamente frantumata, dove il pragmatismo più spinto si mescola a calcoli prospettici che guardano già alle comunali del 2027. Tre blocchi, tre strategie diametralmente opposte, nessuna esclusione di colpi.
La vera notizia – ma fino a un certo punto, per chi mastica i corridoi della politica locale – è la nascita di quello che a via Saffi e dintorni già chiamano il “Patto del Nazareno in salsa viterbese”. Forza Italia e la Viterbo2020 della sindaca Chiara Frontini hanno sancito il loro matrimonio. Magari di convenienza, sicuramente figlio della pura sopravvivenza politica. Quello che nel 2024 era nato come un appoggio esterno e un’intesa tattica da separati in casa, oggi diventa una fusione a freddo sotto un unico, lunghissimo simbolo: “Tuscia, centristi, azzurri, civici”. Una mossa blindata per garantire la continuità della presidenza di Alessandro Romoli, presentata dai fedelissimi Francesco Ciarlanti, Umberto Di Fusco e Maria Rita De Alexandris all’insegna del concetto di Provincia come “Casa dei Comuni”. Ma se gli azzurri sdoganano il civismo frontiniano, sul fronte futuro (leggi: comunali 2027) preferiscono restare sul vago: si balla oggi, domani chissà.
La contromossa: il ritorno di fiamma dei sovranisti
La risposta della destra tradizionale, però, non si è fatta attendere ed è arrivata con il peso di una corazzata. Fallito l’ultimo tentativo di mediazione notturno (proseguito fino alle 22 della vigilia) per imbarcare la Lega nel listone centrista di Romoli, il Carroccio ha virato bruscamente a destra. Nasce così “La Casa dei Comuni”, un patto di ferro che rimette insieme Fratelli d’Italia e Lega, rimorchiando anche Noi Moderati, la Lista Rocca e la civica FondAzione.
Un ritorno alla “casa madre” identitaria che ha il sapore del guanto di sfida. A guidare le trattative per i forzisti c’era Ermanno Nicolai, che ha scelto il passo di lato non candidandosi, ammettendo con realismo che “le correnti dentro FI ci sono, per fortuna”. Dall’altra parte, il neonato blocco sovranista mette in campo dodici nomi pesanti (da Stefano Bigiotti ad Andrea Micci, passando per Gianluca Grancini e Giuseppe Cesetti) con un obiettivo che va ben oltre il 14 giugno: lanciare un’Opa sul futuro del territorio, puntando dritti ai 32 comuni della provincia che andranno al voto nel 2027. Capoluogo compreso.
L’Aventino di via Saffi: la solitudine fiera del Pd
E in mezzo a questa polarizzazione geometrica, il Partito Democratico sceglie la linea della trincea solitaria. Nessun accordo dell’ultimo minuto, nessun imbarco nei listoni civici per racimolare qualche voto ponderato in più. I dem si barricano dentro via Saffi e scelgono l’Aventino.
Una scelta rischiosa, certo, soprattutto in un’elezione di secondo livello dove a votare sono solo sindaci e consiglieri. Ma il Pd decide di pesare i propri voti, non di contarli, giocando la carta delle sue roccaforti strategiche: la riconquistata e pesante Tarquinia, la tenuta amministrativa di Montefiascone e le grandi manovre su Civita Castellana. È su questa rete territoriale che i dem intendono costruire l’argine per non farsi schiacciare dalla morsa degli altri due blocchi.
La scacchiera è pronta, i motori sono accesi. Da una parte il centro fluido Romoli-Frontini, dall’altra la destra FdI-Lega, nel mezzo la solitudine identitaria del Pd. Il 14 giugno le urne emetteranno il loro verdetto ponderato, ma la sensazione è che la vera battaglia per l’egemonia della Tuscia sia appena cominciata.

















