
TEATRO UNIONE – Sabato 21 dicembre Leonardo Lidi è tornato al teatro Unione di Viterbo per chiudere la sua Trilogia di Anton Čechov con Il Giardino dei Ciliegi, un successo che ci fa dire “ancora”.
Entrando nel teatro il pubblico trova il sipario aperto su sedie da giardino in plastica sparse per il palco. Poi la casa, incarnata in un maggiordomo in carrozzella (Tino Rossi) e un rumoroso soffitto chinato, dà il “la” all’esperienza, con l’aria di chi dice “Un’ultima volta”.
Plastiche nere fanno da sfondo a un’abitazione in rovina come i suoi abitanti, mentre Lopachin (Mario Pirrello), come un provetto Iago, seduce il pubblico in un karaoke a luci accese. Quello che mette a proprio agio i personaggi mette a disagio lo spettatore. Ed è in questa sporca realtà
animale che la platea viene trascinata, inevitabilmente costretta ad assistere a uno spettacolo il cui mormorio degli spettatori fa da ottimo sfondo.
E il pubblico rimane partecipe a ogni parola, a ogni silenzio, perché per i personaggi il pubblico esiste eccome, testimone della propria interiorità con cui essere veri o languidi, tra risate compagnone e bui silenzi inattesi.
«Se per guarirti da una malattia ti danno tutte quelle medicine, significa che la malattia è incurabile». Nemmeno la casa, in quel soffitto angolato trova pace, cambiando forma e trovando un proprio ordine solo a spettacolo finito, quando ormai della storia rimane lo scheletro.
I personaggi hanno bisogno di rimanere vivi, e in 120 anni in cui Čechov è stato più volte costretto al freddo teatro di parola, finalmente si risvegliano nella loro sporca ironia. Un’idea che per rimanere viva ha trovato nella cura di Lidi un posto dove respirare, tenendo il pubblico in bilico su quella verità mutevole che accade sul palco.
Il sogno febbrile della spontaneità incondizionata in tutto lo sporco e il falso che l’uomo può rappresentare. Il gioco delle parti nella sua dissonanza assoluta. Il Giardino dei Ciliegi è uno spettacolo che supera il test del mostro sacro perché non ha nulla da nascondere. Perché la finzione è tanto insita nella realtà da poterla mostrare apertamente, e una società come la nostra lo capisce fin troppo bene.


















