Il futuro distopico bussa (forte)
Last day of the Conservative Political Action Conference (CPAC)
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Evidentemente qualcuno, a forza di arare il proprio campicello, ha finito per esagerare, la zappa ha rotto gli argini e tutta l’acqua è andata a infilarsi altrove.

IL PUNTO DI VISTA – Ho già raccontato da qualche parte di Sestilio, il saggio contadino delle campagne viterbesi che fra le tante  sue riflessioni ricordava che l’acqua si raccoglie e si insinua dove tu le apri uno spazio. Ho preso talvolta questo esempio per spiegare la svolta verso il populismo, il suprematismo, il decisionismo che si è verificata nel nostro Paese negli ultimi dieci anni, ma anche per capire come il popolo americano, difensore storico della libertà e della democrazia, si sia messo per ben due volte nelle mani di un tycoon abituato innanzitutto a far salire i propri personali guadagni.

Evidentemente qualcuno, a forza di arare il proprio campicello, ha finito per esagerare, la zappa ha rotto gli argini e tutta l’acqua è andata a infilarsi altrove. Così è stato per le cosiddette forze progressiste. Il pensiero liberale e quello socialista, tradizionalmente interpreti privilegiati dei concetti di libertà e di democrazia, di quei principi che informano la nostra Costituzione – una delle più belle al mondo – si è ripiegato su mille speculazioni intellettuali elaborate nei salotti buoni della cultura che conta, con la condanna quasi scandalizzata di ogni riflessione divergente, instituendo tribunali che hanno diviso inflessibilmente i buoni dai cattivi.

Il tutto condito di sottilizzazioni, di scontri ad personam, di slogan ripetuti come mantra che rimandano a padri fondatori divenuti ormai nonni e bisnonni, di verecondi occhieggiamenti verso l’anarchismo classico, insomma senza tener conto della storia, del cambiamento sociale e culturale, di quello tecnologico, dei vissuti individuali di una società che ha perso da tempo la percezione delle ottocentesche collocazioni di classe, che ormai è ampiamente post-industriale e cammina in contesti che andrebbero analizzati con più serena e flessibile attenzione. Gli
stessi sindacati lavorano ormai in automatico, con dimostrazioni e scioperi che sembrano la risposta condizionata dei cani di Pavlov a qualsiasi problema emerga dal mondo del lavoro, persino da quello più garantito e remunerativo.

Allo stesso tempo, il movimento woke, certamente portatore di istanze nuove ed eticamente sacrosante, esige di rivoluzionare in pochi step una cultura divisiva di età epocale, che ha dominato fino a ieri e tuttora appare prevalente nei modelli di comportamento standardizzati dei singoli individui. Insomma, a sinistra si leggono con pericolosi pre-concetti la storia e i problemi di oggi. Il risultato di tutto ciò è che l’intellighenzia politicamente corretta stenta a capire realmente i bisogni e le difficoltà personali emergenti nel cittadino comune del XXI secolo, che sembra ricco rispetto alle tante opportunità che gli si offrono, ma che è anche tanto confuso nelle scelta da fare, costringendolo talvolta a guardare le cose da un punto di vista nuovo, e molto complicato.

E cambiare non è mai facile, lo dicono gli psicologi che studiano i bias cognitivi e la riduzione della dissonanza, non gli orecchianti che pontificano sui social… E forse sarà anche opportuno ricordare che in questo nuovo secolo c’è in ballo anche un confronto epocale di culture, che sovente si trasforma in uno scontro nel quale le vittime sacrificali sono innanzitutto la reciproca tolleranza, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia.

I dati sociologici di molte indagini nazionali e internazionali indicano che la stragrande maggioranza dei cittadini sono disposti alla partecipazione, quindi ad impegnarsi nella soluzione di problemi concreti, anche in campo solidale, purché li coinvolgano direttamente. Altrimenti sono talmente coinvolti nel mantenere e se possibile migliorare i propri consumi, la propria qualità materiale della vita da essere poco inclini a solidarizzare con chi li mette in difficoltà, sia essa pratica che cognitiva. Occorre semmai convincerli con le buone, con pazienza, con sapienza maieutica, piuttosto che sconvolgerli con provocazioni e imposizioni. Siano esse intellettuali o politiche.

La continua contrazione della frequenza al voto, in specie alle elezioni politiche, ne è un segnale inequivocabile: “Francia o Spagna, basta che se magna”. Un atteggiamento che risuonava al tempo delle dittature aristocratiche illiberali di due secoli fa… E il “magna” oggi non riguarda
soltanto l’occupazione e il reddito, ma anche – in modo sempre più evidente – il funzionamento dei servizi pubblici e la sicurezza, due contesti in cui il dirigismo e il pragmatismo populista possono fare aggio sulla visione democratica della convivenza.

Un bel saggio di Alessandro Mulieri, direttore di ricerca al CNRS di Lione e docente all’Istituto di Studi Politici di Parigi, sottolinea, a fronte di questi “buchi” nelle posizioni dei partiti progressisti e del politicamente corretto, l’opera di persuasione svolta dai partiti di centrodestra, di ispirazione suprematista e populista e quindi inclini a raccogliere consensi trasversali offrendosi come risolutori immediati di problemi concreti, anche attraverso soluzioni autocratiche e illiberali ma di reale effetto sulle aspettative quotidiane del cittadino.

Mulieri peraltro non si ferma a constatare la sterzata conservatrice solo in termini di una dinamica sostanzialmente “di pancia”, ma evidenzia l’emergere di una corrente filosofica, ideologica e intellettuale che guarda a una oligarchia illuminata. Qualcosa che non si agita solo nei corridoi intellettuali dei politici MAGA della cerchia di Trump, da Vance a Rubio, da Bannon a Rufo, o fra gli oligarchi della Silicon Valley, da
Musk, a Bezos, a Thiel. Mulieri fa i nomi di filosofi e teorici di una vera e propria “tecnomonarchia”, come ad esempio H.H. Hoppe e V. Yarvin. Costoro propongono una rivoluzione reazionaria che mira a distruggere la democrazia in nome di un progresso tecnologico che non può svilupparsi se viene frenato dalle pastoie di un sistema democratico. Vagheggiano una sorta di società costruita e organizzata secondo
le logiche di una start up, che esige una rigida suddivisione gerarchica, una dirigenza apicale e una completa obbedienza a linee aziendali fondate su un efficientismo produttivo. Non c’è posto né per la diversità, né per la solidarietà, né soprattutto per un pensiero divergente; chi non si adegua resta indietro e viene inevitabilmente sopraffatto, schiavizzato, di fatto eliminato.

Questo atteggiamento si ritrova anche fuori dell’America, dovunque emerga un populismo verticistico, nazionalistico, pronto a dare una soluzione drastica a qualsivoglia problema sociale si pari di fronte al quieto vivere del cittadino-bue. Vale nel regime oligarchico russo, vale nel dispotismo socialista cinese e nordcoreano, vale purtroppo anche in paesi europei di antica tradizione democratica, come nella Francia
del Rassemblement Nationale, nella Germania di AFD, nell’Italia di più stretta osservanza leghista, vannacciana e nostalgica, ma anche nell’ Ungheria di Orban; e vale anche nell’Israele di Netanhyau.

La modernità insomma riesumerebbe le differenze, le gerarchie, un regime che Munieri definisce come “aristopopulismo”, nel quale governanti “illuminati” ed energici si dichiarano in grado di guidare la società postmoderna in termini di ordine e di efficienza, rivalutando concetti come disuguaglianza, supremazia etnica, nazionalismo. oligarchia autoritaria, dispotismo. Se ci aggiungiamo le tirannie di ispirazione
religiosa, in Iran, in Afghanistan, nei recessi dove Hamas mantiene le sue armi, sembra chiaro che l’ideale di democrazia proprio della cultura europea e occidentale nel Pianeta sia in forte regresso, considerato come un valore ormai superato dai tempi, da un cambiamento che non è solo tecnologico, ma anche e forse soprattutto etico.

Come si vede spesso anche sui social, che sono uno specchio, distorto e fake quanto si vuole, ma capace di incidere sul vissuto degli individui, della nostra società, stanno emergendo i conflitti rousseauiani tra lupi e sembra sempre più utile e comodo affidarsi ad un ammaestratore armato, che si autoproclama giustiziere e nocchiero in grado di assicurare ordine. Che cosa si contrappone a tutto ciò? La verbosità del pensiero critico? Gli slogan liberalsocialisti di piazza? I ritualismi delle chiese ideologiche? I torquemada delle culture woke? La comprensione verso i “compagni che sbagliano”? La provocazione intellettuale riservata alle anime belle? La tolleranza che diventa debolezza e inerzia? L’indecisionismo e l’inaffidabilità delle coalizioni improvvisate?

Insomma, sembra che quei futuri distopici descritti da certa fantascienza siano alle porte. Specie se il progressismo sociale e politico non darà certezze e finirà per rompere argini da cui l‘acqua dell’opinione pubblica del XXI secolo scorrerà nel buco accogliente del suprematismo populista e delle tecnomonarchie paventate da Mulieri.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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