

IL DOMENICALE – Parlare di diritto al fresco può sembrare una provocazione, perché nessuna legge promette a ciascuno una temperatura perfetta o un condizionatore in ogni stanza. Eppure, quando il caldo rende difficile respirare in un reparto ospedaliero, trasforma un cantiere in un luogo pericoloso, impedisce di studiare in un’aula o fa di un alloggio popolare una trappola termica, non si discute più di comodità, ma di salute, sicurezza e dignità.
Le ondate di calore sono ormai considerate un rischio sanitario, con effetti più gravi sugli anziani, sui malati cronici, sulle persone sole e su chi vive in condizioni economiche o abitative sfavorevoli. Perciò non basta distribuire consigli individuali, invitando a bere, non uscire e cercare ambienti freschi, se poi quegli ambienti non esistono o non sono raggiungibili. Il Ministero della Salute ha aggiornato nel 2026 le proprie linee di indirizzo, chiedendo una risposta coordinata tra servizi sanitari, sociali e territoriali, soprattutto per la popolazione fragile.
Negli ospedali la responsabilità ricade innanzitutto sulle aziende sanitarie e sulle loro direzioni, che devono garantire ambienti compatibili con la cura, programmare la manutenzione degli impianti e predisporre soluzioni rapide quando un guasto o una struttura inadeguata aggravano la sofferenza dei pazienti. La Regione, responsabile della programmazione sanitaria, deve controllare che prima dell’estate siano verificati i reparti più delicati, come oncologia, geriatria, cardiologia, pronto soccorso e lungodegenza, perché un malato ricoverato non può alzarsi, cambiare edificio o rifugiarsi in un centro commerciale. Il fresco, in ospedale, non è un servizio alberghiero, è parte della qualità e della sicurezza della cura.
Nei luoghi di lavoro il primo responsabile è il datore di lavoro, pubblico o privato. Il decreto legislativo 81 impone la valutazione dei rischi e richiede che temperatura, umidità e ventilazione siano adeguate alle attività svolte; quindi, non basta consegnare qualche bottiglia d’acqua, servono turni anticipati, pause, zone ombreggiate, ventilazione, riduzione dello sforzo fisico e, quando il rischio diventa elevato, la sospensione delle attività.
Nelle scuole le competenze sono divise, ma non possono diventare un alibi. Comuni e Province, secondo il tipo di istituto, hanno la responsabilità degli edifici, della manutenzione e degli interventi strutturali, mentre il dirigente scolastico deve valutare i rischi, segnalare le criticità e adottare le misure organizzative possibili. Non significa installare automaticamente condizionatori in ogni aula, ma schermare le finestre, isolare tetti e pareti, favorire la ventilazione, piantare alberi, utilizzare sistemi efficienti di raffrescamento e organizzare diversamente orari e spazi quando le temperature diventano incompatibili con l’apprendimento. Una scuola digitale, piena di schermi e dispositivi, non può restare ospitata in edifici progettati per un clima che non esiste più.
La questione più ingiusta riguarda le abitazioni pubbliche, perché qui il caldo incontra direttamente la povertà. Chi vive in una casa popolare spesso non può sostituire gli infissi, isolare il tetto, installare un impianto efficiente o permettersi di tenerlo acceso, perciò Ater, Regione e Comuni devono programmare la riqualificazione degli edifici peggiori, dando priorità a quelli abitati da anziani, persone con disabilità e famiglie fragili. La direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici collega la riqualificazione alla tutela delle famiglie vulnerabili e al contrasto della povertà energetica, indicando la necessità di intervenire sugli immobili con le prestazioni peggiori.
Accanto agli interventi strutturali servono servizi sociali capaci di individuare chi vive solo, luoghi freschi di prossimità e mezzi per accompagnarvi chi non guida o non può pagare un taxi, perché un rifugio climatico che una persona fragile non riesce a raggiungere è soltanto una buona intenzione. Il diritto al fresco, dunque, non coincide con il diritto al condizionatore, significa poter essere curati senza ulteriore sofferenza, lavorare senza mettere a rischio la vita, studiare in ambienti decenti e abitare una casa pubblica che non diventi invivibile. Significa soprattutto sapere chi deve intervenire, con quali tempi e con quali risorse, perché quando la responsabilità viene distribuita genericamente tra tutti, alla fine non risponde nessuno.
La Tuscia dovrebbe dotarsi di un piano territoriale contro il caldo, con una mappa degli edifici pubblici più esposti, verifiche preventive, fondi per la manutenzione, rifugi climatici nei quartieri e servizi di accompagnamento. Il fresco non può restare un bene acquistato da chi possiede denaro, automobile e relazioni, deve diventare la misura concreta della capacità delle istituzioni di proteggere chi, da solo, non ha modo di difendersi.


















