

VITERBO – C’è un momento, in certe mattine di giugno, in cui il tempo sembra sospendersi, quasi a voler rispettare la gravità di quanto sta accadendo. È accaduto stamattina alla scuola Canevari, teatro di una di quelle storie che, se non fossero scritte col sangue e con la tenacia del dolore, parrebbero favole. Ma qui non c’è spazio per la fantasia; c’è solo la nuda, cruda e commovente realtà.
La cronaca ci dice di una consegna: un defibrillatore. Un apparecchio salvavita, un oggetto di plastica e tecnologia che, nel plesso di Tobia, mancava all’appello. Ma la cronaca, se si ferma qui, è monca. Perché quella stretta di mano tra Francesco Ciarlanti e il dirigente scolastico Paolo Fatiganti non è un mero atto formale, non è il passaggio di proprietà di un attrezzo medico. È un patto. Un patto formativo che trasformerà la scuola in un avamposto di civiltà: dal prossimo anno, insegnanti, personale ATA e persino i genitori impareranno a maneggiare la vita, a usare quel marchingegno che separa la sorte dalla fatalità.
Tutto nasce da una ferita che non si rimargina. La storia di Francesco Ciarlanti è una di quelle che ti costringono a voltare lo sguardo, non per indifferenza, ma perché il dolore che portano con sé è un peso insopportabile per chiunque altro. Ruben, il figlio. Quel maledetto giorno in cui il cuore di Ruben si fermò, e il defibrillatore – ironia tragica del destino – c’era. Ma mancava la mano. Mancava la competenza, la prontezza, l’uomo capace di trasformare uno strumento in un miracolo.
“Quel giorno, quando Ruben si è sentito male il defibrillatore c’era. Mancava qualcuno che lo sapesse usare”. Parole che pesano come macigni, ma che Francesco ha trasformato in un moto di vita. Invece di chiudersi nel bozzolo del lutto, Ciarlanti ha scelto di camminare. E cammina da anni, portando con sé la memoria di suo figlio in una sessantina di scuole e palestre della provincia, dove ha lasciato in dono altrettanti defibrillatori e ha formato centinaia di persone.
Oggi, mentre 600 bambini davano vita a una sinfonia di suoni e bellezza, mentre il cortile della Canevari vibrava di vita e di futuro, Ruben era lì. Era nel gesto di suo padre, nella serietà di quel presidio salvavita, nella promessa fatta a centinaia di famiglie.
C’è qualcosa di profondamente cristiano e, insieme, di terribilmente laico nel modo in cui Francesco Ciarlanti trasforma il lutto in servizio. Ruben, strappato alla vita troppo presto, oggi continua a vivere in ogni uomo o donna che, grazie a un’associazione nata da un trauma insuperabile, imparerà a prestare soccorso.
Non è stato uno spettacolo ordinario. E non poteva esserlo. Perché tra quei 600 bambini che giocavano con la musica, e un padre che insegna alla comunità come proteggere la vita dei propri figli, c’era una dignità che rara si vede altrove. Straordinaria come Ruben, straordinaria come papà Francesco.


















