Il "Cristo portacroce" di Bassano Romano: un tesoro poco conosciuto della Tuscia, che evoca riflessioni sulla Settimana Santa
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Il mio arrivo al monastero è stato durante una torrida giornata estiva, ed appena entrato in chiesa sento subito la fresca serenità tra le sue mura.

[ngg src=”galleries” ids=”663″ display=”basic_slideshow”]INSIDE – Siamo da pochi giorni entrati nella Settimana Santa, e voglio farvi una domanda: quanti di voi conoscono un tesoro artistico custodito proprio nella Tuscia? Pochi sanno che a Bassano Romano si trova il “Cristo portacroce”, una statua realizzata prima dalle mani di Michelangelo Buonarroti e modificata poi da un altro grande artista italiano, Gian Lorenzo Bernini.

Questo capolavoro, è spesso esposto in mostre internazionali, e se avete fortuna si può ammirare presso Monastero di San Vincenzo, appartenente alla Congregazione Silvestrina. Il mio arrivo al monastero è stato durante una torrida giornata estiva, ed appena entrato in chiesa sento subito la fresca serenità tra le sue mura. La porta socchiusa mi invita ad entrare in chiesa, faccio subito un incontro fortuito con il custode del monastero, che mi offre subito l’opportunità di conoscere l’affascinante storia di questo gioiello “viaggiatore”, in quanto la statua è richiesta in tutto il mondo per essere esposta nelle più importanti musei.

La storia inizia nei primi anni del 1500, quando alcune nobili famiglie incaricarono Michelangelo una rappresentazione di un “Cristo Risorto” da esporre presso Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Durante il lavoro, emerse un difetto: una piccola vena nera che deturpava il volto della statua. Questa imperfezione costrinse Michelangelo a interrompere il progetto.

Tuttavia, determinato a rispettare il contratto, nel 1518 Michelangelo iniziò una seconda versione, completata nel 1520 dal suo allievo Pietro Urbano. Insoddisfatto anche di questa iterazione, Michelangelo si offrì di scolpirne una terza. Metello Vari, uno dei committenti, temendo di non ricevere nulla, accettò la seconda versione completata (ora esposta nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva) e chiese come compenso la prima versione incompiuta con la “vena nera”.

La storia narra che all’inizino del 1600, il marchese Vincenzo Giustiniani, rinomato mecenate, acquistò la statua da un mercato antiquario per arricchire la sua collezione. Durante l’epoca della Controriforma, una statua di un Cristo nudo era considerato indecente, e questo rese necessarie alcune piccole modifiche. Fu aggiunto un perizoma, furono completate le parti incompiute, fu modificata anche la parte anteriore del corpo e, soprattutto, le labbra furono modificate per essere semichiuse, su richiesta di Giustiniani.

Qui si apre un altro capitolo intrigante. Il marchese Giustiniani affidò questi delicati ritocchi finali al Gian Lorenzo Bernini, nuova star nel mondo della scultura rinascimentale. Nel 1644, la famiglia Giustiniani trasferì il “Cristo portacroce” nella chiesa-mausoleo di famiglia a
Bassano Romano, dove si trova ancora oggi. Solo nel 2001, dopo che la pulitura rivelò la “famosa vena nera” sul volto, la statua fu definitivamente identificata come opera di Michelangelo. Grazie agli studi del professor Frommel, l’incredibile e completa storia della statua è stata ricostruita.

Con l’avvicinarsi della Settimana Santa, la storia del “Cristo portacroce” a Bassano Romano è un toccante promemoria dell’arte e della fede che si intrecciano nel paesaggio della nostra Tuscia. Pur essendo spesso protagonista di mostre internazionali, la sua presenza a Bassano Romano offre un’opportunità unica per contemplare la passione e il sacrificio al centro della storia pasquale.

© Maurizio Di Giovancarlo / Tuscia Fotografia / La Fune

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

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