

IL CORNER DEL PROFESSORE – Il mondo è cambiato. Certo. Non parlo della presenza dei telefonini o del fatto che non serva andare in banca per fare bonifico, versamento o pagare una multa.
In un famoso sketch televisivo Renzo Arbore voleva convincere Massimo Troisi che in realtà lui fosse Rossano Brazzi perché se lo diceva la televisione…. Nono è più vero. La televisione è poco seguita e comunicare è diventato uno slogan diversamente coniugato. I giornali stampati sono obsoleti, solo l’1% li legge.
Con i social, sono cambiate le realtà di tutti i giorni e la nostra percezione della stessa, la nostra sicurezza o mancanza della stessa sulle informazioni e la loro veridicità. Se qualcosa non avviene sui social non avviene. Il loro avvento ha riposizionato “chiacchiere da paese”, attacchi più o meno personali e fatti. Il baricentro della nostra vita è ormai stabilmente occupato da qualcosa
cui non siamo più abituati e questo crea seri problemi. Fosse solo doversi globalizzare non
sarebbe un problema serio: significherebbe vendere in tutto il mondo come del resto già
facciamo.
Ricordo all’età di 18 anni, quasi mezzo secolo fa, giravamo su una Vespa 50 special e in
un giorno di pioggia per ripararci con un’amica andammo al supermercato ma senza destinazione o commissione da fare. Tra l’altro entrambi senza una lira in tasca. Lei prese una banana di quattro e la mangiò con una certa scioltezza. Tenemmo la buccia in mano senza nasconderla. Di lì a poco si avvicinò un uomo, che poi scoprimmo essere del servizio d’ordine, e ci mise in mano le altre tre banane. Senza coraggio di dire nulla le prendemmo capendo che dovevamo pagare tutto. Ripeto senza una lira in tasca.
Le carte di credito erano di là dall’essere inventate. Con una calma che continua a sorprendermi a distanza di 50 anni dissi: “Tanto viene qualcuno che conosciamo”. Di li a poco arrivò un mio parente alla lontana cui spiegai l’accaduto ed accettò con un sorriso di pagare le 4 banane. Un tempo nel baricentro della nostra vita c’erano i rapporti umani. Ero certo che sarebbe arrivato qualcuno e ci avrebbe aiutato. Portando questo concetto agli estremi questo significava che in banca o all’ospedale o un po’ ovunque nella nostra vita, speravamo di incontrare o un parente o un amico di gioventù che potesse aiutarci, per
saltare la fila, o assicurarci un trattamento di favore o nel nostro caso, la salvezza al costo di 1.020 lire di allora.
La certezza dell’aiuto era un atteggiamento, il mio, che capisco solo ora essere sbagliato. Cerco tutti i giorni di trasmettere a mia figlia l’esigenza di indipendenza e per fortuna ha in tasca la carta di credito e se ha fame compra. Non dipende da un amico maschio o dal fidanzato o futuro marito per sfamarsi. Non dipende da nessuno anche perché per lei la probabilità di incontrare qualcuno amico o parente al supermercato è zero. Questo è la globalizzazione. Lei come tutti i giovani vive e cresce lontano da casa. O comunque da dove i genitori sono conosciuti. Forse questo è un progresso ma ci sono anche altri risvolti.
Credo possano riassumersi con un distaccamento dai rapporti umani. L’amore della mia vita potrebbe passare la giornata senza dire una parola a un amico-a. Potrebbe prendere le classi online, fare i compiti online, andare al supermercato e pagare da sola nelle file veloci senza interagire con alcuno. Non dipendere da nessuno le dovrebbe dare sicurezza ma, al contrario, soffre l’insoddisfazione e l’infelicità. Si sente sola.
E’ migliore la vita di mia figlia? Io affermo con forza e con convinzione di no. Eravamo di certo più ingenui ma ci appoggiavamo ad altri sapendo che non ci avrebbero fatto cadere. Hillary Clinton estese la propria notorietà con un libro dal titolo :” —It takes a village—Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Subito presa in giro dai repubblicani che rispondevano :”Ci vuole una famiglia”. Credo che i repubblicani si sbaglino, credo che mia figlia debba provare a fare amicizie e credo che dovrei essere in grado di limitare l’uso del telefono a poche ore al giorno ma non credo di riuscire.
La vita è cambiata e non ci siamo fatti trovare pronti alla sfida. Il problema, parafrasando Jovanotti, è che è difficile fermarsi quando tutto va bene e pensare. Purtroppo il piccolo paesello che tengo stretto al cuore, Viterbo, soffre e non riesce mai a pensare al futuro neanche quando è l’unica maniera per uscire dai problemi. Il villaggio globale ci impone di pensare in termini diversi e programmare. La qualità della vita che continuo a ritenere di altissimo livello nella Vetus Urbs, è a rischio.
Al centro non vive più nessuno. I ragazzi cambiano spesso scuola, in strada non gioca più nessuno. I cenoni si fanno al ristorante perché socializzare a casa è diventato complicato. Purtroppo questo ha conseguenze.
La nostra vita è cambiata con un drammatico macro risultato: i nostri giovani non hanno più sogni. Anziché essere il contrario visto il villaggio globale i ragazzi non lasciano più volare libere le aspettative.
E a Viterbo che cosa è successo? I rapporti umani ancora regolano le attività ma le opportunità sono quasi esclusivamente di nuova generazione e dobbiamo far evolvere le aspettative. Dobbiamo accettare il turismo come realtà economica in crescita e prepararci soprattutto in modo culturale. Dobbiamo accettare che la politica non dia risposte e cercarcele in modi diversi. Dobbiamo accettare che siamo tutti egoisti e che serve uno sforzo erculeo per pensare in maniera trasversale.
Dobbiamo pensare al villaggio globale e non al nostro orticello. Ritengo che la mia generazione, come tutte le precedenti, ha fatto bene e male. Ma, peccato mortale, abbiamo ucciso la capacità di sognare dei nostri ragazzi. Questo non ce lo toglie nessuno. Per restaurare la capacità di pensare in grande e sognare dobbiamo iniziare a pensare noi in modo diverso, più rete e meno egoismi, e sperare di trasmetterla alle nuove generazioni. Dobbiamo dire ai ragazzi di cercare risposte coalizzate e discutere delle divergenze. In altre parole dobbiamo prima di tutto abbassare i toni in famiglia e sperare di ispirarli. Se debbo giudicare dalla politica sia americana che italiana ed europea non abbiamo speranza. Per adesso vince solo chi strilla più forte. La colpa è sempre di noi genitori.

















