

IL CORNER DEL PROFESSORE – International Street food? Sia chiaro, non sono nessuno ma….
Vengono in Italia da tutto il mondo per mangiare cibo italiano e noi proponiamo il cibo internazionale? Forse i giovani vogliono assaggiare altri sapori, giusto. E’ bello fare attività e
creare movimento in centro? Ma certo. Eppure dobbiamo riflettere sul sistema Viterbo.
Serve al turismo? No. Serve all’identità culturale? No. Serve a chi ha attività in centro? No. Porta soldi a Viterbo? No. Va bene tutto ma un evento in cui i soldi dalla Tuscia vanno via mi crea molte preoccupazioni.
A proposito, visto che siamo in argomento, abbiamo un calendario annuale di eventi? Inserito nella pianificazione annuale qualsiasi attività avrebbe molto più senso e aiuterebbe gli imprenditori a pianificare e i potenziali turisti a venire. Sia chiaro io non sono nessuno ma questa volta sono fermamente contrario.
Sia chiaro, abbiamo tutti ragione in percentuale ma la nostra terra, la Tuscia, vanta una tradizione enogastronomia eccellente. Internazionale no ma festival di cibo e vino della Tuscia sì. Se tutti gli accorsi da domani cercassero il cibo nativo della terra nascosta tra Roma e Toscana sarebbe un passo in avanti. Capisco benissimo essere di parte. Tuscia in fiore si dedica da un paio di anni al Villaggio Tuscia: progetto ambizioso in 10 anni che punta alla creazione di un vero e proprio villaggio con 10 casette prefabbricate che giri l’Europa facendo assaggiare i nostri sapori servendo dall’antipasto al dolce prodotti della Tuscia.
Tutti gli eventi food funzionano. Perché non fare il mese del food della Tuscia. Perché non fare almeno una volta all’anno un festival, in un weekend lungo ad esempio quello intorno al 2 giugno, di cibo e vini della Tuscia?
Immagino che gli stand di cibo internazionale vengano, paghino il suolo pubblico e se ne vadano con i nostri soldi. Capisco la voglia di avere eventi in centro. Ma preferisco che i soldi restino in Tuscia anche perché i venditori verrebbero poi a fare acquisti a Viterbo per tutte le esigenze.
Sia chiaro è bello avere tutto a Viterbo ma il Comune, secondo il Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo. Secondo me il cibo internazionale non fa nulla di tutto ciò. Credo nella consapevolezza, identità e pianificazione. Credo in Viterbo e nella Tuscia e a un futuro radioso. Credo che da noi si mangi bene e la qualità della vita sia altissima. Dobbiamo solo mostrarci dico spesso, lo stesso vale per cibo e unicità. Avete mai provato ad assaggiare una bruschetta altrove? Il nostro olio, l’oro verde degli etruschi, non si batte. Ma dobbiamo farlo assaggiare. Da un festival del cibo in Tuscia, gli accorsi debbono andare via e cercare negli anni a seguire quanto hanno mangiato non sentire la puzza di fritto sui vestiti.
Tutta la provincia deve vedere il capoluogo come centro di attività e vetrina. Per chiunque propone una sagra in provincia, ci dovrebbe poi essere un appuntamento a Viterbo. Dobbiamo tutti iniziare a pensare nella stessa direzione per ottenere risultati macroscopici che impattino sulla direzione attuale. Attività definibili come schegge impazzite non portano nulla. Solo qualche giorno fa girava la notizia: in Tuscia numero dei pensionati maggiore del numero dei lavoratori. Le scelte vanno fatte con un obbiettivo in mente: occupazione. I problemi veri sono il decremento demografico e l’economia. Ovviamente legatissimi. Fare eventi che porta i soldi fuori è sbagliato. Già sento le parole del direttore de La Fune che mi accusa di “provincialismo”. Accetto e sono sicuro questa volta avrò tutta la giunta comunale contro ma se non iniziamo a pensare in modo diverso non possiamo neanche sperare in risultati diversi. Consapevolezza, identità e pianificazione.
Caro Giulio, tu non proponi un pensiero diverso ma riverberi la peggiore mentalità localistica del “distruggere” l’altro
di Roberto Pomi
Caro Giulio, mi hai tirato “in ballo” sul finire del tuo “Corner” e ti replico volentieri. Hai ragione nella previsione quando dici: “Già sento le parole del direttore de La Fune che mi accusa di “provincialismo””. Farò di più, per poi spiegartene le ragioni.
Questa volta non solo hai pescato a piene mani dalla “giara del provincialismo” ma gli hai prestato voce per concretizzare una delle sue azioni tipiche: la critica benaltrista. E’ un difetto culturale, lo chiamo nettamente difetto perché antievolutivo e bloccante nello status quo. Il meccanismo è banale: quando accade qualcosa si punta il dito e si va a sciorinare un elenco di benaltro che si poteva fare al posto di quella cosa.
Sarò diretto, caro Giulio, perché so che capirai lo spirito bonario ma limpido del mio intervento. Il benaltrismo è in primo luogo un moto di profonda maleducazione. E’ una mancanza di rispetto verso il lavoro di altri, le idee di altri, l’impegno di altri e anche gli interessi legittimi di altri. In genere a scadere nel benaltrismo rispetto a un qualcosa che accade è chi ne sta fuori.
E’ un atteggiamento “stra-provinciale” e anche stra-infantile. Il benaltrismo non porta nulla nel dibattito all’interno di una comunità, se non astio e livore. Avresti potuto lanciare l’idea di un villaggio Tuscia, raccontare quello che legittimamente stai cercando di costruire e che, come giornale, non mancheremo di sostenere. Questo sarebbe buona cosa per lavorare positivamente sull’immaginario collettivo.
Tra l’altro il villaggio Tuscia potrebbe esistere tranquillamente già dal prossimo fine settimana. Basta che gli ideatori-organizzatori facciano richiesta al Comune per avere via Marconi, paghino l’occupazione del suolo pubblico e tutto quello di cui si sono fatti carico gli organizzatori del villaggio dello street food. Sicuramente il Comune di Viterbo non avrebbe difficoltà a patrocinare l’iniziativa e a dare il medesimo supporto dato allo street food.
Invece di perdere tempo a “rinfocolare” la mentalità provinciale della critica del lavoro degli altri ti saresti potuto avvantaggiare con le pratiche burocratiche, così da regalare al centro storico un altro bellissimo fine settimana. Il problema è la puzza di fritto? Se tu mettessi nel tuo stand un qualche venditore delle tuscissime “frittelle di San Giuseppe” quell’olio riscaldato puzzerebbe tanto quanto quello usato per friggere il churros. Forse al naso di un provinciale potrebbe puzzare meno ma solo per effetto della sua narrazione retorica, non certo per dati oggettivi e reali.
Provincialissima anche l’intenzione di “spingere” su chi amministra la città per cassare certe iniziative. Pensi sia rispettoso per i padri di famiglia che hanno gli stand dello street food? Paghi tu i loro affitti, lo sport dei figli, i libri della scuola, la benzina per qualche gita fuori porta?
Comunque i fatti hanno dimostrato che molti viterbesi non sono d’accordo con la tua idea di utilizzo “esclusivo” del centro storico, considerando le molte presenze allo street food village. La città è in primis un luogo che va vissuto e non una posticcia Disneyland per turisti. Non si può pensare di amministrare una città impostandola solo per i turisti. Occorre organizzarla per farla vivere in maniera armoniosa, tenendo dentro più anime possibile.
Che lo street food village non abbia portato un euro a Viterbo è anche questa una tua personalissima (e provinciale ribadisco) visione. Tiro in ballo a mia volta il professore Mattioli che da sociologo potrebbe darci spunti interessanti su cosa accade quando in un centro storico vengono realizzate iniziative, fossero anche popolari come lo street food. Per i miei modesti studi di sociologia, che pure ho fatto, ho imparato che se in un posto porti vitalità si contrasta il degrado e si attiva l’economia. Lo street food ha portato gente in centro e sicuramente “fatto” economia in più anche sulle attività presenti. Anche su bar e ristoranti, sono pronto a scommettere.
L’idea turpe della remota provincia è che se in una piazza c’è un bar solo quello va a gonfie vele, se ne apre un secondo questo danneggia l’economia del primo, se ne dovesse aprire un terzo dagli fuoco. Idea preconcetta e falsa. Un esempio che cito sempre è la pescarese via Mantoné. I bar e i ristoranti sono uno dopo l’altro e quel luogo è diventato il posto di maggiore richiamo di Pescara per uscire la sera. La presenza di tante attività insieme è diventata un attrattore.
Buona invece l’idea che lanci di fare del capoluogo la vetrina di tante iniziative a carattere di sagra che esistono nei paesi della Tuscia. Sarebbe straordinario farlo con il vino, con l’olio, con le castagne. Sarebbe bello però vedere anche, magari all’inizio, tanti imprenditori crederci e non cercare il trito meccanismo dei soldi pubblici che sostengono l’evento per poi andarci a incassare dentro. La socializzazione delle perdite è un meccanismo rotto all’interno delle società liberiste. Tu che sei stato tanto tempo in America dovresti saperlo bene.
Poi, Lubrano ci viene in soccorso, una domanda sorge spontanea: “Se tu non vuoi gli stand di cibo di altre parti del mondo a Viterbo perché altre città d’Italia, d’Europa o del mondo dovrebbero invece accettare stand, che tu proponi, con la bruschetta della Tuscia?”. Questa domanda svela l’illogicità e la sgangheratezza della tua riflessione. Tipico dei provinciali che non fanno ragionamenti ma solo narrazioni alteranti della realtà per sostenere ideologie più o meno brutte. Tutto questo lo chiamo provincialismo, anche il tuo. Sul finire del tuo intervento inviti a pensare in modo diverso. Il che a Viterbo dovrebbe significare pensare in modo diverso da quello in cui tu stesso scrivi. Con amicizia, of course.





















