Il cibo è cultura, dibattito a buon mercato e botte da orbi tra consiglieri comunali
Francesco Mattioli
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VITERBO - Se non si comprende questo, non si va da nessuna parte. Se non si comprende questo, si è ignoranti della materia; e questa non è certo una colpa, ma solo finché non si opera nel campo della politiche dello sviluppo, perché in tal caso non è ignoranza perdonabile.

VITERBO – Il cibo è cultura. Su questo, non ci piove. Il cibo è celebrato nella mitologia greca, è fonte di speciali rituali nella religione ebraica e in quella islamica, accompagna i più profondi momenti della filosofia orientale.

Ovviamente, in una prospettiva vetero-umanistica, la cultura può essere intesa come quella
protetta dalle muse, e quindi: storia, poesia, musica, commedia, tragedia, danza, cioè tutto ciò
che a parere degli antichi greci celebrava la magnificenza del divino. Ma già questa classificazione zoppicava, trascurando le arti figurative, pittura e scultura.

Per fortuna l’Uomo è cresciuto, ha fatto esperienze più vaste, finché qualcuno – ad esempio un
certo Edward Burnett Tylor, tra i fondatori dell’antropologia culturale moderna, e tale Tullio
Tentori in Italia – hanno definito un nuovo concetto di cultura, intesa come “il complesso  dei
valori, delle credenze, delle attività e delle produzioni materiali, spirituali, artistiche, degli usi e dei costumi di un popolo”.

Questa definizione sancisce l’importanza del cibo e di tutte le particolari tradizioni che si legano ad esso. Tanto quanto un’opera teatrale, o musicale o letteraria. Non è certo un caso che la cucina mediterranea, quella araba, cinese, giapponese o americana diano una rappresentazione cospicua della cultura di quei territori. E non è un caso che soprattutto nel mondo globalizzato attuale il cibo, lo scambio culinario assumano un ruolo di primo piano perfino nella costruzione sociale di senso, nella moda e nella comunicazione mediatica.

Nello specifico, lo street food sta acquistando una importanza notevole, e probabilmente per due
motivi: il primo, perché favorisce uno scambio culturale a buon mercato; il secondo, perché ben si attaglia agli stili e ai ritmi di vita della società urbana. Sarà forse un modo d’essere popolano e
casareccio, persino un po’ puzzolente per le narici riverite di qualcuno, ma – pensate un po’ – è
cultura. Eccome.

Quindi, qualora una città decidesse di gareggiare con questo e l’altro mondo per diventare capitale della cultura, non si dimentichi di esibire, a fianco della storia, dell’arte, del teatro e della letteratura, anche gli usi e i costumi del territorio, fortemente legati alla sua vocazione produttiva e quindi alla sua dimensione enogastronomica.

Se non si comprende questo, non si va da nessuna parte. Se non si comprende questo, si è ignoranti della materia; e questa non è certo una colpa, ma solo finché non si opera nel campo della politiche dello sviluppo, perché in tal caso non è ignoranza perdonabile.

Una iniziativa, pur con i limiti e le ingenuità di ogni impresa umana, che celebri un legame enogastronomico del nostro Paese, e segnatamente del nostro territorio locale, con il mondo internazionale, segnatamente europeo, va quindi benedetta. E, sia chiaro, le ricadute positive si adagiano equamente su tutti gli spazi circostanti, negozi inclusi; chiedere ai mercatini rionali romani, agli Ambulanti di Forte de Marmi®, agli organizzatori delle sagre paesane (fenomeno identitario e quindi profondamente socioculturale…)…

Per inciso, manifestazioni del genere lasciano rifiuti dietro di sé – li lascia pure il passaggio della Macchina di S. Rosa – ed è bene che questi siano sollecitamente rimossi.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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