
VITERBO – Il cibo è cultura. Su questo, non ci piove. Il cibo è celebrato nella mitologia greca, è fonte di speciali rituali nella religione ebraica e in quella islamica, accompagna i più profondi momenti della filosofia orientale.
Ovviamente, in una prospettiva vetero-umanistica, la cultura può essere intesa come quella
protetta dalle muse, e quindi: storia, poesia, musica, commedia, tragedia, danza, cioè tutto ciò
che a parere degli antichi greci celebrava la magnificenza del divino. Ma già questa classificazione zoppicava, trascurando le arti figurative, pittura e scultura.
Per fortuna l’Uomo è cresciuto, ha fatto esperienze più vaste, finché qualcuno – ad esempio un
certo Edward Burnett Tylor, tra i fondatori dell’antropologia culturale moderna, e tale Tullio
Tentori in Italia – hanno definito un nuovo concetto di cultura, intesa come “il complesso dei
valori, delle credenze, delle attività e delle produzioni materiali, spirituali, artistiche, degli usi e dei costumi di un popolo”.
Questa definizione sancisce l’importanza del cibo e di tutte le particolari tradizioni che si legano ad esso. Tanto quanto un’opera teatrale, o musicale o letteraria. Non è certo un caso che la cucina mediterranea, quella araba, cinese, giapponese o americana diano una rappresentazione cospicua della cultura di quei territori. E non è un caso che soprattutto nel mondo globalizzato attuale il cibo, lo scambio culinario assumano un ruolo di primo piano perfino nella costruzione sociale di senso, nella moda e nella comunicazione mediatica.
Nello specifico, lo street food sta acquistando una importanza notevole, e probabilmente per due
motivi: il primo, perché favorisce uno scambio culturale a buon mercato; il secondo, perché ben si attaglia agli stili e ai ritmi di vita della società urbana. Sarà forse un modo d’essere popolano e
casareccio, persino un po’ puzzolente per le narici riverite di qualcuno, ma – pensate un po’ – è
cultura. Eccome.
Quindi, qualora una città decidesse di gareggiare con questo e l’altro mondo per diventare capitale della cultura, non si dimentichi di esibire, a fianco della storia, dell’arte, del teatro e della letteratura, anche gli usi e i costumi del territorio, fortemente legati alla sua vocazione produttiva e quindi alla sua dimensione enogastronomica.
Se non si comprende questo, non si va da nessuna parte. Se non si comprende questo, si è ignoranti della materia; e questa non è certo una colpa, ma solo finché non si opera nel campo della politiche dello sviluppo, perché in tal caso non è ignoranza perdonabile.
Una iniziativa, pur con i limiti e le ingenuità di ogni impresa umana, che celebri un legame enogastronomico del nostro Paese, e segnatamente del nostro territorio locale, con il mondo internazionale, segnatamente europeo, va quindi benedetta. E, sia chiaro, le ricadute positive si adagiano equamente su tutti gli spazi circostanti, negozi inclusi; chiedere ai mercatini rionali romani, agli Ambulanti di Forte de Marmi®, agli organizzatori delle sagre paesane (fenomeno identitario e quindi profondamente socioculturale…)…
Per inciso, manifestazioni del genere lasciano rifiuti dietro di sé – li lascia pure il passaggio della Macchina di S. Rosa – ed è bene che questi siano sollecitamente rimossi.

















