

VITERBO – C’è un vezzo tutto viterbese, duro a morire come la pietra dei nostri palazzi, che consiste nel guardare al centro storico con la stessa lente nostalgica di un album di famiglia ingiallito. Ci si strappa le vesti perché non ci sono più le fiumane di gente che si accalcano su Corso Italia per “fare le vasche”, si rimpiange il tempo in cui bastava aprire una saracinesca per fare cassa e, soprattutto, si invoca la mitica pizza al taglio della giovinezza, quella margherita unta e benedetta che ancora oggi ci si sogna di notte, tra un rimpianto e un ettogrammo di colesterolo.
Ma la verità, nuda e cruda, è che sono passati quarant’anni. E quarant’anni, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, non sono un semplice scorrere di calendari: sono un’era geologica. Viviamo in un tempo in cui un solo anno ne vale venti per la velocità con cui polverizza abitudini, riti e geografie sociali. Eppure, la politica e i tromboni da salotto continuano a interrogarsi sulla desertificazione del cuore della città applicando schemi mentali da secolo scorso. È come pretendere di far girare un videogame in altissima definizione usando un vecchio modem a 56K dei tempi di Telepiù. Non si va da nessuna parte.
Il punto di partenza, se vogliamo smetterla di prenderci in giro, è prendere atto di una semplice e deflagrante evidenza: c’è stata un’esplosione di possibilità.
Provate a pensarci. Quando il centro storico di Viterbo “funzionava alla grande”, non esisteva la fibra ultraveloce, non c’era Netflix, né Disney Plus, né le piattaforme di streaming che ti mettono il mondo in tasca. La televisione aveva qualche decina di canali, la sera c’era da scegliere tra un quiz e un film alle 20.30 e le consolle per giocare in tempo reale con un coetaneo collegato dal Giappone o da Milano erano fantascienza pura. Mancavano i social network, mancava la bulimia digitale che ci divora il tempo. Ma c’è di più: l’istruzione generale era più bassa, i circuiti della cultura erano per pochi eletti e la platea di chi si appassionava d’arte, storia, archeologia o cucina era ristretta a una cerchia di nicchia.
Per non parlare dello sport e del tempo libero. Un tempo c’era il pallone in cortile e la bici con il freno a bacchetta. Oggi c’è un caravanserraglio di passioni che si sono fatte industria e consumo: dal parapendio al tiro con l’arco, dall’equitazione al pattinaggio, dal softair al kart, fino ai tornei di burraco o alle palestre aperte h24. La disponibilità economica — o quantomeno la propensione alla spesa — è cambiata, così come la mobilità: oggi un fine settimana a Roma, Terni, Perugia, Arezzo o in una SPA termale è alla portata di un click e di un viaggetto comodo in auto.
E allora, diciamocelo chiaramente: è calato l’interesse per andare in centro. Ma è soprattutto calato il tempo della noia. Prendete un quattordicenne di oggi. Quarant’anni fa, finiti i compiti (ammesso che li avesse fatti), poteva uscire in piazza e fare due chiacchiere in mezzo alla strada pure di mercoledì pomeriggio. Oggi quel ragazzo ha il corso di nuoto, l’allenamento di basket, la lezione di inglese, la difesa personale e il laboratorio di coding. Non ha letteralmente il tempo materiale per annoiarsi. E quando quel tempo libero miracolosamente arriva, provate un po’ a mettergli di fronte l’alternativa tra un mondo virtuale che offre intrattenimento totale e una passeggiata a guardare le vetrine di una via centrale. È una partita persa in partenza.
Il ragionamento sul rilancio del centro storico va fatto partendo da questa roccia di realtà. Se vogliamo che torni a vivere, dobbiamo smetterla di rincorrere la sagra della salsiccia o l’intrattenimento generalista da “contro-caldo” anni Ottanta, quella roba con cui si riempivano i parchi dei quartieri dormitorio quarant’anni fa e che oggi farebbe sbadigliare anche un bradipo.
Serve qualità vera. Serve un salto culturale e antropologico della classe politica, che deve finalmente capire che non si combatte la desertificazione con le lucine di Natale messe a casaccio o con i bandi fotocopia. Ci vogliono attrattori ad alto tasso di interesse, eventi capaci di intercettare la sete di bellezza, di esperienze e di unicità che la gente oggi cerca altrove perché qui non trova.
Fino a quando continueremo a pensare al centro storico come a una cartolina impolverata da difendere con i dogmi della polemica politica, resteremo inchiodati al nostro 56K. Mentre il mondo, fuori, viaggia già a un’altra velocità.


















