
IL PUNTO DI VISTA – Santa Lucia: non c’è bisogno di fare una ricostruzione dettagliata, c’è tutto del problema nelle pagine de La Fune, e non solo. Il problema? Sembrerebbe un classico caso di not in my backyard (NIMBY). Roba in genere di pale eoliche, pannelli fotovoltaici, servitù strutturali, ma anche – in questo caso – di assistenza sociale.
Perché – sia chiaro – uno dei temi fondamentali di una società civile, in specie in questo XXI secolo stravolto tra grandi slanci solidali e preoccupati allarmi, non è solo quello dell’ambiente, ma anche e forse soprattutto, quello dell’assistenza e il recupero degli ultimi. Qualcuno potrebbe dire che la soluzione definitiva potrebbe essere quella di evitare che vi siano gli ultimi, sia che si pratichi l’insegnamento evangelico, sia che si pratichi il respingimento oltre i confini del percettibile. Ma siccome viviamo in una società molto contraddittoria, progressivamente sempre più competitiva (anche a costo di demolire alcune delle basi più consolidate del principio di convivenza), gli ultimi ci saranno ancora per molto tempo e semmai c’è il rischio che le differenze si rendano via via più evidenti. Va considerato, peraltro, che taluni degli ultimi hanno piacere a vivere ai confini della società, come libera scelta di vita.
E la diversità, qualunque essa sia, procura sempre allarme… In una collettività alla disperata ricerca di ordine, di prevedibilità e di serenità il diverso fa un cattiva impressione; perché tra i diversi non ci sono soltanto quelli che si limitano a vivere oltre lo steccato, ma anche quelli che praticano comportamenti devianti. Comportamenti devianti di vario genere e a vari livelli di trasgressività.
Passi per coloro che faticano a mantenere una condizione igienica accettabile, passi perfino per coloro che abbozzano un accattonaggio non invasivo; ma quando si arriva alle dipendenze di vario tipo con conseguenti eccessi, alle alterazioni psichiche moleste, ad episodi di microcriminalità, è chiaro che la popolazione reagisce.
Per fortuna esistono i servizi sociali; sia quelli pubblici, sia quelli avviati dalle strutture religiose. L’intelligenza di tali strutture non sta solo nell’offrire assistenza ai bisognosi, ma anche nel far sì che costoro rischino il meno possibile di passare per i reietti della società, divenendo inevitabile oggetto di diffidenza, di pregiudizio e di discriminazione da parte della comunità. In tal modo sprofondando definitivamente in un degradante vuoto esistenziale.
A beneficio di chi si sforza di recuperare alla società questi sfortunati fratelli, va detto senza troppe ipocrisie che certi passi devono essere fatti con prudenza e attenzione, senza allarmare la gente, altrimenti si ottiene l’effetto contrario: non la solidarietà e l’accoglienza, bensì il rifiuto e l’allontanamento.
L’episodio di Santa Lucia è certamente un libro aperto sulle pagine di un problema che esiste e va quindi affrontato con estrema lucidità e chiarezza. Non è necessariamente un esempio di accoglienza verso le persone più sfortunate, certo, ma può essere comunque comprensibile l’allarme tra i residenti, perché in altre circostanze quella che doveva essere una struttura ben funzionante dentro e fuori le proprie pareti si è rivelata un punto debole dell’ordine pubblico. Vi risparmio gli esempi…
E tuttavia, i residenti dovrebbero impegnarsi nel far rispettare anche altre esigenze del quartiere; si pensi ad esempio a quella degradata fontana e a quelle aiuole abbandonate a vespe e zanzare in Largo S. Bernardino da Siena o al pericoloso incrocio con Viale Francesco Baracca.
D’altronde anche l’Amministrazione Comunale non è sempre stata – oggi come ieri sia chiaro – un modello di chiarezza e di dialogo con la cittadinanza, e in qualche caso neppure di rispetto, per cui è facile che i toni della discussione diventino quasi un dialogo tra sordi o prendano le vie di una polemica sterile fondata sugli equivoci. Con immediata esondazione di strategie di mero e scontato scontro politico che prendono ritualmente il sopravvento.
Ancora una volta, quel che vale veramente nella vita di una collettività è la capacità di comunicare correttamente, di stabilire un dialogo civile di reciproco (ripeto: reciproco) rispetto tra le varie componenti della comunità cittadina. E ricordiamoci: una comunità veramente civile viene incontro ai bisogni di tutti, non crea ghetti, ma neanche zone franche, non custodisce gelosi backyards ma neppure spazi di negligente incuria, e garantisce ai cittadini, a tutti i cittadini, comprensione, sicurezza, fiducia, insomma le basi di una migliore qualità della vita. O almeno, ci prova.


















