

VITERBO – C’è un nemico silenzioso che si muove tra i vicoli, divora i simboli della nostra storia e, quel che è peggio, comincia a minacciare seriamente le teste di chi cammina sotto i palazzi storici di Viterbo. Lo chiamano, a ragion veduta, il “cancro del peperino”. Una patologia della pietra che sbriciola secoli di identità, riducendo in polvere stemmi, rilievi e decorazioni che raccontano chi siamo. Ma la verità, nuda e cruda, è che il vero cancro di questa città non è solo chimico o ambientale: è l’assenza totale e sistematica di verifiche, di manutenzione, di programmazione. È il menefreghismo istituzionale che trasforma la bellezza in un pericolo pubblico.
La questione torna prepotentemente di stretta attualità dopo l’ennesimo botto. Stavolta a cadere, sbriciolandosi, è stato lo stemma Oddi a Porta della Verità. Distrutto. Polverizzato. Una ferita al patrimonio artistico che grida vendetta, ma che soprattutto avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi se sotto, in quel momento, ci fosse passata una persona. In questo caso a cedere sarebbero stati i supporti in metallo.
Chi ha un minimo di memoria, però, sa benissimo che non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Chi segue la città sa che i campanelli d’allarme suonano a intermittenza da anni, quasi sempre accolti dal silenzio assordante di chi amministra.
Basta tornare indietro al settembre del 2024, su via Cavour. Lo stemma di Palazzo Brugiotti si spezzò letteralmente a metà. Solo una serie di coincidenze fortuite evitò che quel blocco di pietra pesante precipitasse da un’altezza considerevole sulla strada sottostante, battuta a ogni ora del giorno e della notte da auto e pedoni.
Su La Fune lo avevamo scritto a chiare lettere, urlando nel deserto: “Avevamo, fino a oggi, considerato gli effetti nefasti sul patrimonio storico-artistico della città e su quello identitario. Non avevamo valutato gli impatti sulla sicurezza delle persone, che il fatto di via Cavour (incrocio con via Annio) hanno evidenziato”.
Ma a Palazzo dei Priori la musica non cambia mai. Si guarda, si discute, si rimanda e intanto i pezzi di Viterbo continuano a staccarsi e a cadere. I segni della Città dei Papi rischiano di scomparire nell’indifferenza generale. Andate a fare un giro sul ponte del Colle del Duomo, all’ingresso di Palazzo Farnese: guardate come è ridotto lo stemma con l’unicorno della celebre famiglia del Rinascimento. Il “cancro del peperino” se ne è mangiati i due terzi, e dell’unicorno oggi è rimasta visibile solo la testa. Ancora per poco, a giudicare dalla velocità con cui la pietra continua a sfaldarsi nell’abbandono più totale.
Lo stesso scempio è sotto gli occhi di tutti in tantissimi altri punti del centro storico. Solo su via Saffi c’è un profferlo con una stella scolpita che si sta letteralmente sgretolando giorno dopo giorno. E che dire della mano sul profferlo di Casa Poscia, la storica residenza che la tradizione vuole legata alla leggenda della Bella Galiana? Sta facendo una fine indegna, sbriciolata dall’incuria.
Eppure, in era Arena, qualcosa si era provato a muovere. Fu lanciato un progetto per la mappatura di stemmi e simboli della città, pensato proprio per la loro tutela e, aggiungiamo oggi con un brivido freddo, per la pubblica incolumità. Erano stati stanziati anche 12mila euro: una cifra piuttosto ristretta, è vero, ma che poteva rappresentare un inizio, una bussola.
A distanza di tempo, la nebbia fitta avvolge quell’iniziativa: non si è mai capito se questa mappatura sia stata fatta davvero, se sia servita a qualcosa o se sia finita in un cassetto polveroso. E l’attuale amministrazione? Al momento sembra tristemente in linea con il passato: galleggia nel nulla, in attesa del prossimo crollo, sperando che non ci scappi il morto.
Suggeriamo ai consiglieri comunali di buona volontà — di maggioranza o di opposizione, poco ci importa, perché la sicurezza dei viterbesi non ha colore politico — di prendere in mano la situazione e portare immediatamente la questione in consiglio comunale con un’interrogazione formale. Prima che a cadere non sia più soltanto un pezzo di stemma, ma la pazienza di una città che non ne può più di veder crollare i suoi pezzi di storia. E comunque prima che ci “scappi il morto”, perché l’altra sera a Porta della Verità ci siamo andati parecchio vicino.

















