
di Francesco Mattioli
Certa stampa locale sta diffondendo brani delle famose chiacchierate che si sono svolte in casa Bruzziches e che sono state registrate e consegnate prima alla Procura e poi sono emerse, a pezzi, negli organi di informazione.
Non entro nel merito dei contenuti che riguardano i vari soggetti politici citati nella registrazione. Personalmente non mi interessano e non sono competente per valutare se prefigurano ipotesi di reato o sono espressioni iperboliche davanti ad una pizza; lo deciderà la Magistratura al di là dei processi mediatici in corso.
C’è un argomento sul quale invece posso fare delle valutazioni di mia competenza e riguarda le opinioni espresse durante quella cena a proposito del destino dei negozi del centro storico. Si constata in quella cena che il destino dei negozianti, in specie di quelli di abbigliamento, è segnato; che l’unica soluzione sarebbe quella di creare una sinergia comune tra i negozianti e che venissero adottate le più avanzate tecniche di management imprenditoriale e comunicativo per mantenere la concorrenzialità sul mercato.
Che i negozi del centro storico se la vedano brutta di questi tempi e in prospettiva futura, non è cosa viterbese ma diffusa ovunque. Se ci si allontana trecento metri da Via del Corso e da via Condotti a Roma, dal Triangolo della moda a Milano, dal centro di Torino, Napoli, Verona, Bologna, Firenze o Catania (quindi di città popolose e all’avanguardia nello sviluppo economico del Paese), si nota la crisi di numerosi negozi di vendita al dettaglio e la loro eventuale sostituzione con altre attività commerciali a dir poco di precario destino (e quindi quasi mai risarcitoria).
Il fatto è che il centro storico è nato e si è formato nei secoli passati – altri bisogni, altri consumi, altre consuetudini, altre esigenze, altre modalità di fruizione della città – e non può reggere gli stili di vita del XXI secolo. Restano i percorsi turistici e le attività commerciali direttamente connesse con i flussi di visitatori (b&b, ristorazione, artigianato ed enogastronomia locale di qualità, ricordi di viaggio, ecc.), che caratterizzano e garantiscono valore ad alcune parti del centro storico.
Altri quartieri invece vengono abbandonati a sé stessi, altri ancora diventano ghetti sociali, ma questo è un altro discorso… In realtà lo sviluppo dei centri commerciali, posti in periferia, sta inevitabilmente decretando la fine della vocazione mercantile ordinaria dei centri storici. Accessibilità, comodi parcheggi, difesa dalle intemperie, controlli di sicurezza, igiene, varietà delle offerte commerciali – c’è sempre anche un supermercato – rendono più appetibili gli acquisti, lo “struscio”, gli incontri sociali e persino le iniziative di contorno, che
siano di festa o promozionali. Per non parlare di prezzi, più concorrenziali persino di quelli del verduraio di quartiere.
Eppure, attenzione: perfino i centri commerciali possono avere oggi dei problemi, a causa della diffusione stellare dell’e-commerce che propone offerte irrinunciabili sul piano economico e sta risolvendo con soluzioni di alta tecnologia interattiva anche quello della messa in prova della merce (soprattutto nell’abbigliamento…).
Come reagire? Con gli stessi strumenti del progresso che potenzialmente minacciano il commercio al dettaglio nei centri storici. Occorre superare l’individualismo concorrenziale tipico dei “negozi” e fare “sistema”, sul piano promozionale, commerciale, organizzativo, comunicativo, e perfino urbanistico. Farlo in accordo con l’amministrazione locale, che deve farsi sensibile al problema; e farlo con la competenza di esperti nei vari settori del management sia commerciale che organizzativo e comunicativo.
Le vie del centro storico di tradizionale vocazione commerciale devo trasformarsi in “centri commerciali” a tutti gli effetti, assumendo anche un brand comune con le conseguenze virtuose che comporta. Intanto, creando una struttura di coordinamento apicale (se la concorrenza di mercato è virtuosa, l’idiosincrasia all’accordo e alla collaborazione è deleteria); poi, trovando soluzioni drastiche a favore dell’accessibilità (e
qui ci vuole la collaborazione fondamentale del Comune, per parcheggi coperti, vie di accesso pedonale, navette dedicate, ecc.); ancora, predisponendo soluzioni di protezione, anche saltuaria, dei percorsi; offrendo un controllo di sicurezza e di igiene ferreo (che può anche comportare la chiusura a tempo o il controllo d’accesso di alcune vie laterali); e, ovviamente, creando una forte dinamicità e una certa qualità
dell’offerta commerciale. Altrove, in Italia e all’estero, è stato fatto. Con molto coraggio, molta inventiva, molta competenza, molta apertura all’innovazione, anche culturale.
Eh, già, culturale; voglio qui ricordare ancora una volta il vecchio adagio: se il contadino toscano vede uno sconosciuto ai bordi del campo, prova a vendergli frutta e verdura; se il contadino viterbese vede uno sconosciuto ai bordi del campo, arriva con il forcone. E le conseguenze della differenza tra queste mentalità si vedono ancora oggi…


















