Il bazooka di Palazzo dei Priori sugli "ex luoghi": assegnarli tutti rapidamente a gestori di livello per vedere l'effetto che fa
Comune di Viterbo
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C'è un errore che non va commesso: aspettare la fine dei lavori. La pianificazione del "dopo" va fatta adesso, mentre i muratori sono ancora sulle impalcature.

VITERBO – Ci perdonino i politici, quelli di professione e quelli dell’ultima ora. Ma qui tocca fare un discorso maledettamente serio, di quelli che non ammettono le solite tifoserie da cortile. Quindi, per cortesia, evitate di rompere le scatole attribuendoci appartenenze ad minchiam solo perché conviene ai vostri microscopici interessi di bottega. Qui si parla di Viterbo, del suo futuro e di una mappa urbana che, dopo decenni di sonno profondo, sta subendo una scossa tellurica.

I fatti, piacciano o meno, dicono questo: l’amministrazione Frontini ha calato il bazooka sul centro storico. Chiamatela fortuna, parlate di coincidenze astrali giuste, di incastro perfetto di linee di finanziamento tra Pnrr e Fesr. Mettetela come vi pare. Ma resta un dato incontestabile: è la prima volta nella storia recente di questa città che un bazooka economico e strutturale di questa portata viene calato e attivato dentro le mura medievali.

Il risultato? Un recupero impressionante, quasi frenetico, del patrimonio immobiliare pubblico. Facciamo un attimo mente locale ed elenchiamo i pezzi sul tavolo: ex ristorante La Zaffera, ex Pensilina del Sacrario, ex Casa di Alfio, ex Lazzaretto, ex Chiesa degli Almadiani, ex Stallone del Papa a Sallupara, ex chiesa di Sant’Orsola.

La maledizione del prefisso “Ex”: quando il centro muore nell’immaginario

Fateci caso, per un secondo, alle parole. Parliamo di un patrimonio immobiliare immenso, pesantissimo per metrature e, soprattutto, dal significato profondo per la memoria collettiva. Eppure, tutti i viterbesi oggi li identificano con lo stesso, identico prefisso: “ex”. Significa, banalmente, che quei luoghi oggi nell’anima della città non sono nulla. Esistono nel nostro immaginario solo per quello che sono stati, come fantasmi di pietra e cemento. E poi ci si stupisce se un centro storico muore, si spopola, perde attrattività. Muore perché si trasforma in un cimitero di ex qualcosa.

L’amministrazione Frontini ha sicuramente chiuso – e bene – un primo step fondamentale: ha messo a terra i soldi, aperto i cantieri e rigenerato fisicamente gli spazi. Ma fino a ieri, alla domanda “sì, ma cosa ci accade dentro?”, nessuno sapeva dare una risposta vera. Perché, semplicemente, dentro non ci accadeva un bel niente. Il rischio di ritrovarsi con splendide cattedrali nel deserto, scatole vuote perfettamente restaurate ma prive di anima, era dietro l’angolo.

Il secondo step: imbarcare la qualità (prima che sia tardi)

Oggi, con la mossa di affidare l’ex Zaffera e l’ex Pensilina alla Biblioteca Consorziale, la giunta fa quel secondo step a cui non possiamo che applaudire. Dà un contenuto di altissima qualità a due “ex luoghi”, mettendoli nelle mani di una realtà che ha già dimostrato di saper dialogare con il Paese.

Ma l’elenco, lo abbiamo visto, è lungo. Troppo lungo per pensare che una sola realtà, per quanto eccellente come la Consorziale di Paolo Pelliccia, possa coprire tutto. Viterbo ha bisogno, ora e subito, di imbarcare altre realtà qualificate, significative, di respiro non provinciale. Strutture capaci di contribuire alla crescita, all’innovazione e al riscatto culturale di questa città.

E c’è un errore che non va commesso: aspettare la fine dei lavori. La pianificazione del “dopo” va fatta adesso, mentre i muratori sono ancora sulle impalcature. Bisogna muoversi ora per tutti gli spazi rimasti, attraverso tutte le procedure di legge necessarie, affinché la città degli “ex luoghi” ricominci finalmente a immaginarsi come la città dove nei luoghi si fanno cose interessanti, si costruiscono progetti e si stringono relazioni con il resto del mondo.

Il traguardo proibito: Capitale Europea della Cultura

Il passo compiuto sulla Zaffera e sulla Pensilina fa onore a Palazzo dei Priori ed è ossigeno puro per il centro storico. Ma serve rapidità. Il puzzle va completato in fretta, anche in funzione di un sogno più grande: quella candidatura a Capitale Europea della Cultura a cui oggi, diciamoci la verità, in pochi credono.

Ma davanti a una città che rinasce davvero, che usa il proprio cuore medievale come laboratorio di futuro e cultura, molti potrebbero finire per crederci. Potenzialmente tutti. Tranne, sia chiaro, quelli che preferiscono che tutto vada costantemente a rotoli pur di speculare sul malcontento, pronti a farsi eleggere per fare la bella statuina dentro al consiglio comunale. Viterbo non ha più tempo per le statuine. Ha bisogno di luoghi vivi per le persone.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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