
25 APRILE – L’unica cosa certa delle guerre sono i morti. Nel 2008, avevo iniziato a lavorare da circa un anno in un giornale locale, il mio direttore di allora mi chiese di scrivere un pezzo che sarebbe uscito il 25 aprile. Voleva un’idea che permettesse di toccare l’argomento senza la solita retorica, che portasse qualcosa in più al momento di riflessione comune della ricorrenza della Liberazione.
Decisi di andare in un posto dove non ero mai stato ma di cui conoscevo l’esistenza: il cimitero americano di Bolsena. Quel giorno era freddo, una mattina di vento e sole. Scesi fino alla cappelletta circondata da lapidi bianche. Trovai una sorta di tabernacolo al muro, era apribile. Dentro un libro con i nomi di tutti i sepolti e una mappa per individuarne la posizione nella distesa tutta uguale e ipnotica di tombe. Immaginai di scrivere un pezzo sugli americani, sui liberatori. Mentre cercavo di afferrare qualche idea e mi parlavo dentro e cercavo di convincermi della loro grandezza, dell’immensità del loro sacrificio riflettei su un fatto: avrei scritto di loro senza sapere nulla. Erano state brave persone? Avevano commesso atrocità (sì anche i liberatori possono commetterne)? Chi erano state in vita? Una cosa mi pareva chiara: erano tutti morti. L’unica cosa certa, oggettiva, di quella guerra era la morte.
Qualche anno dopo ebbi la possibilità di intervistare Giampaolo Pansa. Ci incontrammo nello spazio aperto della Zaffera, nel cuore di San Pellegrino. Era caldo e lui aveva l’aspetto del classico nonno. Indossava una tuta acetata come pantaloni, scarpe da tennis e una maglietta leggera. Bevemmo Coca Cola. Pansa era il giornalista “scandaloso” che aveva da poco scritto Il sangue dei vinti. Avevo letto il suo libro e poi ne lessi anche altri che scrisse. Tutte storie di morti, o quasi. Vinti ma soprattutto morti.
Lo scorso maggio, era da poco passato il 25 aprile del 2023, stavo vivendo l’avventura della Via degli Dei. Per i non appassionati dei cammini si tratta di un percorso, da fare a piedi o al più in bike, da Bologna a Firenze (va bene anche farlo in senso contrario). La terza tappa ci avrebbe portato al passo de La Futa, a circa mille metri di quota sull’Appennino e a metà strada esatta tra Bologna e Firenze.
Era una tappa problematica. Non tanto per i piedi, più che altro per la testa. Dalla sera prima avevo iniziato a pensarci. Ricordo che a cena, con il mio compagno di viaggio, stavamo ripassando il percorso. Partendo da Madonna dei Fornelli ci aspettava un cammino tra i boschi fino ad arrivare al camping Il Sergente, dove poi abbiamo dormito. Qualche centinaio di metri prima, uscendo dalla montagna, ci saremmo trovati davanti il Cimitero Militare Germanico. Che detto così sembra un posto anche di grande gloria e onore.
Si tratta di un luogo dove sono sepolti 30.683 corpi di soldati tedeschi. Impossibile non pensare alla Seconda Guerra Mondiale, al delirio delle ideologie, a quello scempio che fu il nazismo. Ci andiamo? Non ci andiamo? Decidiamo quando siamo lì, fu la risposta.
Quella giornata di cammino, trenta chilometri scarsi, fu segnata dalla consapevolezza di quello che ci attendeva alla meta. Il giorno prima avevamo attraversato la linea Gotica e visto le difese militari. In pratica eravamo immersi da ore nei ricordi di quanto abbiamo studiato su quella storia. Ci saremmo trovati davanti un santuario di assassini. Pensavamo questo ma quel pensiero non era nella nostra testa come convinzione piuttosto come retaggio culturale, come coscienza politica. Insieme però iniziammo a provare anche un senso di vergogna profonda per quel giudizio così netto, così spiccio. Camminammo per ore sotto la pioggia, tra il fango della Futa. Ci venne naturale immaginare l’inferno di quella guerra di stallo sugli Appennini. Una guerra senza gloria, senza eroi, senza niente se non la cieca obbedienza agli ordini per i tedeschi. Cosa significa tedeschi? Tedeschi e nazisti hanno lo stesso significato in quei giorni? La nebbia avvolge il nostro cammino, rendendo tutto piuttosto cupo.
Ricordo che usciti dal bosco ci ritrovammo davanti la strada e dall’altra parte non si vedeva niente, se non un edificio a punta. Decisi di scattare delle foto ma volli farlo usando l’opzione del bianco-nero. Calammo nel silenzio, non una parola e iniziammo a camminare verso quel sacrario. Mi domandavo dentro se sacrario fosse il termine giusto. Cosa può esserci di sacro nel corpo di un nazista? E nel corpo di 30.683 nazisti?
Avrei voluto pisciare su quel luogo. I nazisti. Quelli che bruciarono nei forni crematori gli ebrei. Quelli che obbedivano ciecamente ad Hitler. Hitler il cattivo, il pazzo. Tutto vero, ogni singolo pensiero. Vero ma banale. Troppo banale. C’era una gita organizzata da Deutsche Bank. Una ventina di signori anziani, con il cappellino della banca. Uno di loro era rimasto lì, all’ingresso del cimitero. E’ il primo a salutarci. Ci parla con gentilezza. Rompiamo il silenzio.
Ricordo bene le sue parole: “Questo posto è importante. Il fatto che esista è un simbolo di rispetto per i vinti che fa onore ai vincitori e l’esistenza di questo posto significa che i nostri popoli si sono perdonati”. Dentro di me penso: perdonare i nazisti? Impossibile, mai. Però io e lui ci stiamo parlando, siamo gentili, ci rispettiamo. Magari là sotto quella terra, devo avere pensato, c’è un suo parente.
Torna il silenzio, visitiamo il cimitero. Non riesco a scattare neanche una foto là dentro. Leggo i nomi, ma soprattutto le date di nascita e di morte. Provo freddo. Sono morti, tutti morti, tantissimi morti. Di loro è rimasto solo questo, non c’è niente di nazista, niente di violento, niente di spregevole. Leggo i nomi di intere armate inghiottite dagli Appennini. I più vecchi tra questi morti avevano la mia età.
Superare, andare oltre il giudizio. Cerco il bisogno di una preghiera che però non riesco a pronunciare. Non la faccio ma comprendo che sarebbe giusto farla in quel luogo sacro. Sacro, anzi sacrissimo perché ci insegna. Quel cimitero è la prova della grandezza della libertà, che rispetta e ti permette di rispettare perché riconosce l’uomo anche quando quell’uomo è stato una bestia. E poi siamo sicuri che fossero tutti bestie? Un uomo è sempre davvero libero di scegliere?
Mi domando dove sarei stato io se fossi nato negli anni venti in Germania. Mi viene in mente mia nonna e i suoi racconti orgogliosi di quando si vestiva da giovane italiana. Sì mia nonna, come i nonni di tutti quelli della mia età sono stati Balilla, Giovani del Littorio, Giovani Italiane. Ecco, è tutto qua il senso vero del 25 Aprile. Serve a ricordarci che le idee sbagliate possono renderci mostri e non a raccontare che ci sono stati dei mostri da una parte e poi degli “strafichi”. Perché è proprio nel “loro” e nel “noi” che si nasconde il germe di ogni male della storia.
Se fossi nato in Germania negli anni Venti oggi sarei sepolto al passo della Futa. Mi rispondo da solo. Senza ipocrisie. Sarei stato un maledetto per cui non si può sprecare neanche una preghiera. Sarei stato un maledetto che avrebbe tanto bisogno di preghiere.


















