
IL PUNTO DI VISTA – Sono andato a votare, seggio 46. Sono andato a votare per tre motivi. Il primo, perché poter votare liberamente e tra variegate alternative è una prerogativa della democrazia, che si va restringendo a fronte del galoppo delle autocrazie, di qua e di là degli oceani.
Il secondo, per rispetto di quei morti che ottant’anni fa si sacrificarono per una Costituzione libera, democratica e repubblicana. Il terzo, perché quanto meno alcuni dei quesiti posti dal referendum mi interessavano particolarmente. Non entro nei dettagli, non è necessario. Anche se a mio avviso il voto non dovrebbe essere segreto, a meno che non si viva in una società mafiosa, vendicativa e retrograda che si esprime attraverso una litigiosità da condominio.
Cento anni fa non c’erano le condizioni sociali e culturali per svelare tale riserbo, oggi dovremmo essere maturati, ma siccome non è così, teniamoci la segretezza. Qualcuno potrebbe chiedersi perché l’8 e il 9 giugno poca gente sia andata a votare. Il fatto è che le percentuali bulgare di votanti dei decenni passati non esistono più; neppure quando il cittadino è chiamato a scegliere i suoi amministratori locali, quelli che hanno a che vedere con il suo spazio di vita appena esce di casa. I motivi? Numerosi.
Ad esempio, l’intercambiabilità dei rituali della politica, chiunque governi, con conseguente diffidenza e disaffezione. Poi la speranza di contare comunque sull’amico dell’amico, del genero o del cognato per risolvere i propri casi, a prescindere. Ancora, la possibilità di rovesciare comunque sui social (stampa locale compresa) le proprie frustrazioni, per poi proseguire il proprio vissuto personale, abbondantemente orientato e distratto da una logica consumistica (cultura compresa).
Peggio ancora alle elezioni politiche, dove si sta allargando la distanza tra chi decide e chi si limita ad osservare e quindi la muta di coloro che francia o spagna basta che se magna. Un giorno un bambino – dico: dieci anni – mi disse che da grande voleva fare il politico. Quando gli chiesi perché, rispose che da politici si diventa ricchi e si sta sempre in televisione. Quarant’anni fa mi avrebbe risposto perché voleva cambiare il mondo.
Figurarsi allora i referendum, quando trattano di temi molto specifici. Perché non votare? Per molti, per dire no senza scomodarsi o rischiare; per altri perché giudicano le domande incomprensibili; per altri ancora perché sono temi distanti dai bisogni personali; per taluni invece perché sono argomenti da dibattere in Parlamento, sennò che ci stanno a fare quelli lì a Montecitorio o Palazzo Madama; per qualcuno infine suonano strani, perché a loro avviso c’é una parte politica che vuole abolire delle leggi che lei stessa dieci anni fa ha promulgato; e via giustificando l’assenza ai seggi.
Quando i nostri padri costituzionali fissarono la necessità di validare i referendum solo se si raggiungeva la maggioranza dei votanti, fu proprio per garantire che tutti gli elettori si sentissero motivati ad esprimere la propria idea. E in effetti i referendum, soprattutto in questo clima di generale disaffezione, dovrebbero trattare temi di grande impegno sociale collettivo, che invitano a schierarsi, ad esprimersi con un minimo di coinvolgimento diretto: come è stato per il divorzio, per il nucleare, per l’acqua pubblica.
Quel che preoccupa, comunque, è la disaffezione politica. Da sempre, da tremila anni a questa parte e segnatamente da quando esiste la democrazia, significa affidarsi più o meno ciecamente ad un personaggio forte, che vuole mostrare i muscoli, ad un “niente paura, ci penso io”. Che oggi si tratti di un qualsiasi putin, trump, netanyahu, orban, kim jong sun, xi, maduro, vannacci, khamenei, di un qualche santo
vendicatore, di un ricco possessore di nuove tecnologie o di un influencer da un milione di followers, comunque ritenuto in grado di risolvere tutti i problemi del mondo senza che l’individuo si distolga dal proprio pasto quotidiano, poco cambia.
Così, sono andato a votare; a prescindere se ho barrato dei si e/o dei no.


















