"I tre motivi per cui non sono andato a votare al referendum"
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Il recarsi alle urne non è di per sé una garanzia di democrazia, anche i regimi autoritari "praticano" bene le urne ottenendo del sazianti plebisciti. E più un regime è autoritario e più spinge verso le urne per dimostrare un consenso bulgaro. 

Il PUNTO DI VISTA – Non sono andato a votare. Non l’ho fatto per tre motivi. Il primo è perché ritengo di esercitare a pieno la mia libertà di cittadino anche scegliendo il non voto. Reputo che sia anche questa libertà, al di là della retorica, una conquista. Non ritengo l’andare a votare una prerogativa della democrazia, la pluralità di scelta lo è e dovremmo assicurarci che non manchi mai questa piuttosto. Andare a votare tra “cose simili”, a volte troppo simili, non è necessariamente libertà. E’ come dire a qualcuno: vuoi mangiare una mela gialla o una mela rossa? Gli diamo l’idea della scelta, propinando però sempre la mela.

Il recarsi alle urne non è di per sé una garanzia di democrazia, anche i regimi autoritari “praticano” bene le urne ottenendo dei sazianti e strombazzati plebisciti. E più un regime è autoritario e più spinge verso le urne per dimostrare un consenso bulgaro.

Il secondo motivo per cui non sono andato a votare è il rispetto dei morti che hanno dato la vita per garantirmi un Paese democratico che contempli anche questa possibilità di scelta. Il principio varrebbe sempre ma a maggior ragione quando si vota per un referendum. In effetti i “padri costituzionali (Dio li abbia tutti in gloria) hanno previsto non a caso il quorum del 50 per cento più uno per rendere la votazione valida. Lo hanno fatto per scongiurare un ricorso frequente e sistematico al quesito referendario, che dovrebbe essere utilizzato solo per decisioni storiche e su grandi temi. Vedi aborto, divorzio, nucleare, acqua pubblica. Non è un caso se quei referendum hanno funzionato e portato milioni di italiani alle urne.

Terzo motivo è che i requisiti posti non mi interessavano proprio. Ho valutato fossero temi più da Parlamento che da cittadino e francamente mi è risultato incomprensibile anche l’atteggiamento di chi l’ha proposti. Il tentativo di politicizzazione antagonistica al governo su leggi fatte da un governo di altra astrazione politica (la stessa all’incirca o almeno nominalmente identica di chi li ha proposti) mi è suonato piuttosto imbarazzante. Una sorta di cortocircuiti psichico.

Così non sono andato a votare, senza tra l’altro andare neanche al mare (come qualcuno proponeva in passato). Ma la mia non è stata una disaffezione dalla politica, anzi. Il mio non-voto è stato un gesto politico vero. Non tanto nella logica, di molto bambinesca, della contrapposizione destra-sinistra. Piuttosto non ho votato per partecipare al naufragio, che infatti c’è stato, dell’iniziativa referendaria. Questo naufragio è molto politico e dice chiaramente una cosa: non giocate con il referendum. Lo dice a destra e a sinistra. Perché alla fine ogni volta che si va alle urne si spendono denari pubblici, che francamente avrei preferito vedere investiti nel sostegno a nuove imprese, nel pagare la maternità per periodi più lunghi alle donne, per dare sostegno e prospettive alle donne vittime di violenze o magari per piantare più alberi.

Non ho votato perché amo profondamente la politica e la reputo una cosa seria e non sono preoccupato del fatto che le persone non si rechino alle urne. Dovrebbero esserlo i dirigenti di partiti perché significa che i loro prodotti sono in una fase discendente e probabilmente, come accade sul mercato, all’orizzonte stanno per arrivare altri pronti a soppiantarli.

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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