
VITERBO – Due fatti di cronaca nera molto pesanti hanno riguardato il capoluogo della Tuscia negli ultimi giorni. Il clima di paura monta e abbiamo voluto intervistare la psicologa Eleonora Di Marco per farci dare da lei un quadro che possa aiutarci a comprendere qualcosa in più di quanto accaduto e sta accadendo.
In pochi giorni un presunto stupro che riguarda due giovanissimi, 19 e 20 anni, e un ragazzo statunitense reo confesso dell’omicidio di un negoziante. Fatti di cronaca nera pesantissimi che riguardano ventenni. C’è una deriva giovanile?
“Non vorrei demonizzare l’accaduto per quanto gravissimo. Non credo ci sia una deriva ma c’è un dato importante di realtà che è la mancata conoscenza delle conseguenze delle azioni. Spesso quello che noto, insegnando anche nelle scuole, è che ultimamente, forse è colpa nostra e del sistema, i giovani non hanno ben chiare quali siano le conseguenze delle proprie azioni. E’ come se fosse tutto in una bolla di leggerezza, come se accadesse tutto all’interno di un videogioco e niente poi fosse così pesante a livello di ricadute. Anche perché purtroppo anche il nostro sistema legislativo insegna che le conseguenze sono più o meno aggirabili e gli stessi sistemi istituzionali: scuola e famiglia, in primis; tendono a essere un po’ sfumati.
Credo che dovremmo ragionare proprio su questo: la mancata consapevolezza delle conseguenze delle azioni”.
Gli stessi ragazzi dichiarano di sentirsi come abbandonati, che effetto provoca nella mente di un giovane questo senso di abbandono?
“Proprio la mancanza di cornice e riferimenti rappresenta un serio rischio. E’ come nuotare con il mare grosso senza appiglio alcuno o una riva in vista. Si rischia di perderci. Questa percezione è sicuramente vera ma se andassimo a cercare i responsabili troveremmo un cane che si morde la coda. Dovremmo fare una fotografia, accettare il fatto che la fotografia che facciamo oggi è sfocata e cercare di dare colore ed esposizione giusti”.
Molti cittadini stanno vivendo un momento di paura, come si può esorcizzare?
“Non va esorcizzata ma razionalizzata. Innanzitutto perché trasecoliamo e pensiamo che Viterbo debba essere diversa da altre realtà? Viterbo non è altro che un microcosmo dentro un macrocosmo speculare, quindi non così diversa da altri luoghi. Non pensiamo né che qui non possano accadere fatti di questo tipo ma neanche che debbano riaccadere tutti i giorni. Il consiglio è parlare di questa paura ma razionalizzarla. Parlarne il più possibile effettivamente facendo la tara di quante siano le reali possibilità per ognuno di noi di essere a rischio. Se calchiamo la mano rischiamo di sentirci davvero dentro Gomorra, se ci raccontiamo che a Viterbo non sarebbe dovuto succedere viviamo nel Paese dei Balocchi e non ci viviamo. Va razionalizzato il tutto.
Dati alla mano capiamo il grado di vivibilità e il tasso di criminalità in una cittadina come Viterbo e proviamo a gestire la paura”.
Due manifestazioni, quella di sabato degli studenti e quella di lunedì del Comune e Facchini di Santa Rosa, nell’arco di pochi giorni. Come funzionano sulla mente delle persone momenti di questo tipo?
“Sono estremamente liberatori e catartici. Tutte le esperienze di gruppo in cui ci si riunisce per una causa o erigere un baluardo funzionano attraverso il contagio emotivo. Sono forme di esorcizzazione della paura, di unione. Si tende a perdere individualità e si fa forza degli altri e di un ideale comune. Esorcizzano le nostre paure più profonde che spesso hanno anche poco a che fare con i fatti in sé per sé”.
Telefonini, i ragazzi
I telefonini ci hanno cambiato la vita? Perché filmiamo e fotografiamo tutto?
“Croce e delizia. Noi dovremmo accettare che è cambiato il modo di comunicare e pensare che a priori sia sbagliato e fuorviante per i giovani l’utilizzo di telefonino e internet è limitativo. Però si sta sviluppando un meccanismo di esasperazione della visibilità. Il problema non è tanto quanto si usa ma questo eccesso di bisogno di visibilità, di essere visti. E questo fa tanto il paio con il senso di abbandono. Il bisogno dei nostri ragazzi forse davvero è così tanto quello di essere visti e per essere visti arrivano a fare cose estreme. Basta pensare ai selfie estremi sulle rotaie mentre arriva il treno o a grandi altezze sui palazzi. E’ il segno di un grosso disagio che porta ad alzare sempre più la posta purché ci sia visibilità. Quindi diventa importate anche la foto a un panino, la foto mentre si fa un prelievo, a volte anche foto macabre purtroppo.
Il padre di Licci, cosa possono fare i genitori per cercare di evitare che i loro figli
Dirò una cosa banale: guardarli negli occhi e chiedere “come stai?”. Chiedere come stanno i nostri ragazzi. Una domanda che tutti ci facciamo spesso. Nessuno lo chiede con l’intento di sapere davvero e nessuno risponde veramente guardandosi dentro. Noi andiamo veloce, la vita va troppo svelta e a volte ce li perdiamo per strada i figli. Non, naturalmente perché ce li vogliamo perdere, ma perché a volte le sfumature di significato vengono meno. Fermarsi un attimo, fermare la giostra, rallentare i ritmi e parlare con i nostri figli. Bisogna abituarli a parlare delle loro emozioni, bisogna trovare un canale con loro”.


















