

VITERBO – C’è un equivoco che da troppo tempo accompagna manifestazioni come San Pellegrino in Fiore o qualunque futura “Tuscia in Fiore”: pensare che basti riempire per qualche giorno piazze e vicoli di composizioni floreali per produrre bellezza stabile, turismo duraturo e amore per il territorio. Non funziona così. Perché una città non cambia grazie a scenografie temporanee. Cambia quando chi la vive sente di
appartenerle davvero. Cambia quando il decoro urbano smette di essere delegato a un bando o a una ditta incaricata e torna ad essere responsabilità condivisa della comunità.
È qui che il ruolo dell’intervento pubblico dovrebbe cambiare radicalmente. I soldi pubblici non dovrebbero servire principalmente ad acquistare fiori, tavole, strutture o allestimenti destinati a morire nel giro di pochi giorni. Dovrebbero invece essere utilizzati per
creare un grande sistema di partecipazione civica fondato su premi, riconoscimenti e coinvolgimento diretto dei cittadini. Un monte premi serio e prestigioso per il balcone più bello, la via meglio curata, il condominio più creativo, la piazza più armoniosa, il quartiere più partecipativo. Premi economici, certo, ma anche simbolici: targhe permanenti, riconoscimenti pubblici, visibilità, incentivi per attività commerciali e associazioni. Così Tuscia in Fiore può diventare l’innesco permanente per una nuova cultura del decoro e della bellezza di Viterbo e dei borghi della Tuscia, assumendo un ruolo moltiplicatore della bellezza e promotore di mete anche per il turismo ambientale e non l’espressione di un consumo veloce di eventi.
Perché quando una persona, una famiglia o un gruppo di residenti sente che quella creazione floreale è propria, allora cambia tutto. Non la abbandonerà dopo tre giorni. La curerà, la difenderà, la migliorerà e soprattutto contribuirà a costruire un’identità collettiva. Altrimenti il destino è già scritto. Smontate le installazioni, la città tornerà esattamente come prima. Con le stesse serrande abbassate, gli stessi angoli degradati, gli stessi muri trascurati. E ogni anno si ricomincerà da capo spendendo nuove risorse per produrre un’altra parentesi effimera.
C’è poi un elemento culturale ancora più profondo che troppo spesso ignoriamo. Molte persone curano con attenzione la propria casa, il proprio appartamento. Entrando in certe abitazioni si trovano ordine, pulizia, gusto, persino eleganza. Ma appena si esce dal portone tutto cambia: strade sporche, muri degradati, spazi comuni trascurati, indifferenza verso ciò che è collettivo. È qui che emerge una delle grandi fragilità educative del nostro tempo: la difficoltà a percepire il quartiere, la via, la piazza come un’estensione della propria casa. Questa educazione civica spesso manca. Non per cattiveria, ma perché per anni si è pensato che il bene pubblico fosse “di nessuno”, e quindi responsabilità esclusiva delle istituzioni. In realtà una città bella nasce dall’incontro tra intervento pubblico e responsabilità privata diffusa.
Coinvolgere cittadini singoli, condomìni, commercianti, associazioni e gruppi di vicinato significherebbe allora trasformare il decoro urbano in una forma concreta di educazione alla partecipazione. Perché imparare a curare un balcone, una finestra, un piccolo spazio comune significa anche imparare a rispettare il luogo in cui si vive. Significa creare un rapporto diverso con il bene pubblico. Significa educare indirettamente anche chi, fino ad oggi, non ha avuto sensibilità verso il rispetto dell’ambiente urbano e il territorio più vasto.
La bellezza, infatti, è contagiosa. Così come lo è il degrado. Un vicolo curato spinge altri a curarlo. Un quartiere vivo costringe chi lo trascura a interrogarsi. Una città partecipata produce emulazione positiva. È forse questa la lezione che troppo spesso manca nel dibattito su eventi e turismo: il vero sviluppo non nasce dalle strutture montate per un fine settimana, ma dalle comunità che imparano a sentirsi protagoniste del proprio territorio. La Tuscia avrebbe enormi possibilità in questa direzione. I suoi borghi, le sue piazze, i suoi centri storici possiedono già una bellezza naturale e architettonica straordinaria. Ciò che spesso manca non è il patrimonio, ma il coinvolgimento continuo delle persone.
Per questo “Tuscia in Fiore” potrebbe diventare qualcosa di molto più grande di una semplice manifestazione. Potrebbe trasformarsi in un laboratorio permanente di cittadinanza attiva, di educazione al decoro, di costruzione di comunità. Ma per riuscirci bisogna avere il coraggio di cambiare logica: meno eventi calati dall’alto, più partecipazione dal basso. Meno scenografie temporanee, più responsabilità condivisa. Meno pubblico spettatore, più cittadini protagonisti.

















