I diari della motocicletta - Noi, alla conquista del fiordo più lungo di Norvegia
Norvegia
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Dopo giorni e giorni di viaggio immersi nella natura fa un certo effetto piombare in mezzo alla società dinamica anche se questa faccia della Norvegia popolata e studentesca conquista subito la nostra attenzione e si imprime nella nostra mente come esperienza che non potevamo perderci di vivere.

Giorno 23

Il Sognefjord meritava di essere ammirato dall’alto, dove lo sguardo può perdersi tra mare color smeraldo e montagne possenti, nonostante al nostro risveglio ci fosse aria di pioggia in arrivo.

Raggiungere lo Stegastein lookout era il nostro imperativo e tutta l’esperienza vissuta per arrivare fin qui aveva caricato di attesa il grande momento in cui ci saremmo ritrovati su questo punto di osservazione costruito per dare l’illusione di non avere barriere tra te e il fiordo sotto ai tuoi piedi.

Le ripide e strette curve in salita della montagna e i passi sul ponte sporgente di legno sono stati vissuti, carichi d’euforia. Tanta era la bellezza che ci circondava. L’incantesimo di ritrovarsi a contemplare un paesaggio con colori da favola, potendoti spingere al suo interno, ha messo da quel momento sulla nostra strada nuovi scorci di una natura suggestiva e a volte incredibile per la sua magnificenza.

Rimettendoci in viaggio verso Bergen siamo andati a meravigliarci fin sotto le cascate Tvindefossen e poi un altro “wow” lo abbiamo esclamato con l’arrivo al nostro appartamento riservato per due giorni nel pieno centro della città. Un susseguirsi di casette bianche e vicoli stretti o strettissimi con i fiori colorati che spuntano lungo i bordi delle case, biciclette e tanti bambini liberi di giocare.

Bergen é un nuovo colpo di fulmine e anche se siamo tremendamente stanchi ci intrufoliamo nelle viuzze per viverla il più a lungo possibile.

La street art e l’arte contemporanea colorano muri e locali, i giovani si ritrovano per le strade vestiti a tema per gruppi di 20- 30 ragazzi, ci sono gli hawaiani con le ghirlande al collo, i black man, quelli con i pigiami, quelli tutti in rosa, bevono dal primo pomeriggio e fanno un gran chiasso all’esterno dei locali.

Dopo giorni e giorni di viaggio immersi nella natura fa un certo effetto piombare in mezzo alla società dinamica anche se questa faccia della Norvegia popolata e studentesca conquista subito la nostra attenzione e si imprime nella nostra mente come esperienza che non potevamo perderci di vivere.

 

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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