Guai per Sgarbi, accusato del furto di un quadro del Seicento
Sgarbi
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ROMA - La vicenda passa materialmente per Viterbo perché dalle accuse di furto Sgarbi si difende sostenendo che il dipinto in questione in realtà sia stato da lui ritrovato all'interno della viterbese Villa Maidalchina, da lui comprata diversi anni fa.

ROMA – Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla cultura del governo Meloni e assessore alla Bellezza del Comune di Viterbo, finisce nuovamente nel ciclone mediatico per una storia legata al presunto furto di un quadro del Seicento. 

La vicenda passa materialmente per Viterbo perché dalle accuse di furto Sgarbi si difende sostenendo che il dipinto in questione in realtà sia stato da lui ritrovato all’interno della viterbese Villa Maidalchina, da lui comprata diversi anni fa.

Stavolta a gettare ombre sulla presunta condotta di Sgarbi sono le incredibili peripezie di un dipinto rubato, la Cattura di San Pietro opera del senese Rutilio Manetti, esponente a cavallo tra XVI e XVII secolo di un tardo manierismo sfociato nel proto-barocco, propiziato da Federico Barocci. A fare luce sulla vicenda (protagonista anche della puntata di Report in onda su Rai3 domenica 17 dicembre 2023), ancora una volta, è Thomas Mackinson, già autore degli articoli apparsi sul Fatto sulle contestate consulenze del Sottosegretario. A ricostruire la vicenda è un articolo di Artribune.

I contorni sono quelli di un giallo che chiama in causa Sgarbi, “accusato” di aver trafugato il quadro di Manetti in questione, fino al 2013 esposto al Castello di Buriasco (Pinerolo), e di proprietà di Margherita Buzio, che nel febbraio di quell’anno denunciò ai Carabinieri di Vigone il trafugamento dell’opera: ignoti, nottetempo, si erano introdotti nel castello, ritagliando la tela e dileguandosi con il maltolto. Solo poche settimane prima, riferiva alle Forze dell’ordine la signora Buzio dopo varie vittime dello stesso Sgarbi, Paolo Bocedi, collaboratore e amico di Sgarbi stesso, aveva chiesto di acquistare il dipinto. All’epoca il fascicolo finì archiviato, e la controversia non ebbe seguito.

Secondo Mackinson, però, il quadro sarebbe ricomparso alle fine del 2021, in occasione della mostra ‘I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini’, inaugurata da uno Sgarbi orgoglioso di poter presentare un lavoro inedito di Manetti, di soggetto oggettivamente identico al dipinto trafugato al Castello di Buriasco, fatta eccezione per la presenza di una candela che rischiara la quinta architettonica, conferendo una diversa luce e intensità cromatica alla composizione.

Il quadro in questione, sostiene il cronista, sarebbe proprio il dipinto rubato alla legittima proprietaria, però ritoccato, probabilmente con l’intento di tutelarsi da plausibili contestazioni. Proprio la situazione che si presenta ora, con Sgarbi che, incalzato tanto dal Fatto che da Report, rigetta l’accusa ribadendo invece la sua estraneità. Nello specifico, il sottosegretario contesta l’identificazione delle due opere: il “suo” Manetti proverrebbe da un ritrovamento fortuito all’interno di una villa del Viterbese, acquistata da Sgarbi qualche anno fa. L’accusa, però, sarebbe solida e sostanziata da una serie di riscontri che hanno già destato l’interesse del Nucleo di Tutela dei Beni Culturali.

Il testimone chiave si chiama Gianfranco Mingardi, restauratore di Brescia che dagli Anni Ottanta collabora con Sgarbi: “Nella primavera del 2013 mi chiama Vittorio” racconta Mingardi a Mackinson “Ti mando un dipinto da mettere a posto, dice”. Il dipinto sarà poi consegnato senza telaio “arrotolato come un tappeto”, spiega ancora il restauratore, in possesso anche di foto che mostrano la versione senza candela dell’opera, prova che, più di tante parole, sembra vanificare la difesa del sottosegretario. “Mi resi conto che quella tela scottava, gli chiesi allora un’attestazione di proprietà” continua Mingardi, condividendo con il cronista del Fatto un segreto taciuto per molti anni “Disse che me l’avrebbe mandata ma non lo fece, e quando protestai mi disse di star tranquillo, che tanto poteva raccontare che stava a Villa Maidalchina, quella poi indicata nella mostra. Gliela restituii finita il 10 dicembre 2018”. All’epoca, la candela “fantasma” ancora non esisteva, conferma il restauratore: “Potrebbe essere stata dipinta (o fatta riemergere) con l’intento di differenziarlo”. Mingardi afferma anche che la tela su cui ha lavorato sarebbe stata tagliata senza troppa premura: il quadro di Sgarbi, infatti, risulta più piccolo rispetto a quello trafugato.

Se non bastasse, anche le dichiarazioni dell’ex proprietario di Villa Maidalchina (complesso seicentesco ora di proprietà della Fondazione Cavallini Sgarbi), Luigi Achilli inguaiano il Sottosegretario, che avrebbe acquistato la proprietà ridotta già da tempo a un rudere, spogliata di qualsivoglia oggetto o bene prezioso. Peraltro, pure nell’inventario dei beni di Andrea Maidalchini, redatto nel 1649, piuttosto dettagliato nel citare diversi dipinti della collezione, non risulta alcun Manetti.

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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