
Sesta pagina di ‘Momenti di Gloria’, il diario con cui Bruno Pagnanelli racconta con foto e parole quanto sta accadendo al cantiere della Edilnolo dove un giorno dopo l’altro sta prendendo forma la nuova Macchina di Santa Rosa.
I toscani sono già sul pezzo quando arrivo. Sembra non siano neanche andati via dall’altra sera. Chi con un seghetto, chi con la carta vetrata, chi col pennello e il Vinavil, chi con il saldatore, a far tracce sul polistirolo.
Luigi, Uberto, Massimiliano e Sergio e il sù figliolo(cit.), non si fermano mai. La prima volta che li ho incontrati è stata una vera sofferenza. Fra il sudore e la maschera con cui Sergio si copriva il volto, Uberto e Luigi coi capelli lunghi e raccolti in codini esagerati (già quello mi provoca invidia), Massimiliano coperto di palline di polistirolo, la prima impressione, nel caldo, è stata di timore reverenziale.
Poi è stato difficile cercare di stargli dietro, un po’ perché non capivo cosa dicessero, fra parole aspirate, mozzate, modific(h)ate, fra scivolate sui dittonghi e aperture in tackle sui termini del loro vocabolario tecnico.
Insomma, non curandosi proprio di chi fossi, mi sembravano parecchio “cattivi”. Da esordiente dell’ambiente, ho capito dopo che, probabilmente, avevano parecchio altro da fare piuttosto che mettersi a giocare con uno con una macchina fotografica.
Poi il tempo genera esperienza e la ripetizione, dicevano i latini, diventa la madre della sapienza. Li osservi e ti accorgi che sono, anche loro, instancabili, dimostrano perizia ed efficienza e una indomita motivazione anche a fronte a temperature da periodo pre monsonico. Mai una parola fuori posto, mai una sbavatura sul prodotto, lavorano spesso in silenzio, in totale autonomia, senza comandi o istruzioni suppletive. Usano acqua e caffè come se non ci fosse alternativa all’alimentazione degli umani e, nei pochi momenti di pausa parlano di sogni e di cose che amano, carri costruiti, colori, potenza di impianti.
Luigi mi chiede una foto con la figlia, appena si potrà, Uberto si mette in gioco con Laura, la spagnola con i dreadlocks che li ha aiutati. Massimiliano e Sergio sono i più pazienti con le mie foto e le mie richieste. Ogni tanto mi fanno vedere elefanti colorati e meraviglie costruite.
Ogni volta che torno è un piacere guardare quella passione, come quella di tutti gli altri. Si muovono in questa casa di viterbesi come se fosse ormai anche la loro, fra Mirko e Alessio, le sigarette di Roberto, i pennelli di Stefano, i mille fili di Franco e tutti gli altri intorno.
E tornando a casa mi viene in mente una cosa che mi disse una sera il patron della ditta, Vincenzo. Mi disse che quando andarono a Viareggio ad incontrarli, per cercare collaboratori alla costruzione, credo ad aprile, avevano già un concorrente che poteva entrare nel progetto, e malgrado alcuni punti a favore dell’altra ditta, scelsero loro, i toscani.
Perché a pelle, solo a pelle, gli sembravano più bravi.
E Vincenzo chiuse quella piccola confessione dicendo: “Mai stato più contento di aver fatto quella scelta”.


















