
Ventunesima pagina di ‘Momenti di Gloria’, il diario con cui Bruno Pagnanelli racconta con foto e parole quanto sta accadendo al cantiere della Edilnolo dove un giorno dopo l’altro sta prendendo forma la nuova Macchina di Santa Rosa.
Il diario di Bruno Pagnanelli
Mentre ieri scendevo dall’impalcatura, ripensavo a qualcosa che avevo letto in un libro di filosofia, dove si raccontava che gli antichi greci, all’apice della loro civiltà, avessero un modo, definito dal termine “agoràzein”, per dire: “andiamo a vedere cosa si fa, cosa si dice”.
Una sorta di passeggiata per la piazza (l’agorà), a braccetto con gli amici, per discutere del più e del meno, di sport, di politica, dell’argomento del giorno, dei fatti nostri e di quelli degli altri e della cosa pubblica.
Ieri, con le pennette sotto la macchina, qualcosa di simile è accaduto anche qui. Una sorta di rilascio del testimone da chi ha provveduto a portare qui questa nuova testimonianza della tradizione a chi, invece, la dovrà trasportare, a braccia e spalle, verso casa.
In pratica, la fine della prima parte di queste storie sgrammaticate, di queste foto sporche e volutamente in bianco e nero. La parte riferita alla costruzione è arrivata al termine. Ieri, con questa sorta di consegna alla città, questo passaggio, latente e non scritto, è avvenuto. Con vino, penne al ragù e bignè.
Un pomeriggio iniziato con un caffè, con la gente che si ferma, che scende da via Cavour con le auto e che guarda dagli specchietti cosa c’è dietro, dai selfie di fronte alla struttura, dai commenti, tra il serio ed il faceto, della gente. Con quella viterbesità che esce fuori da ogni poro, da chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, chi non la vuole proprio o da quelli che si lamentano che c’è troppa copertura mediatica, perché è meglio la sorpresa che l’assuefazione allo stupore. Come quelli che si fanno dire il sesso del futuro figlio e quelli che non lo vogliono sapere.
Scelte.
Forse è vero ma forse non lo è. Provo a spiegare, da viterbese saccente (prima) a devoto consapevole (ora).
Perché alcuni non sanno cosa si nasconde dietro, non sanno nulla di incubi di notte, della paura di perder tutto, della fatica, del sudore.
Non lo sanno.
Non sanno niente di Fernanda e di Lolli che ti raccontano storie mentre cucinano, di punti sulla testa, di basi sbagliate, di vecchi facchini, di cene e di “facioli cò le cotiche”. Non sanno nulla di sonno perso e di pezzi che mancano, di camion che non possono partire ne oggi ne domani, non immaginano cosa ci sia dietro ad un lumino, quale cura, quanti pezzi, quali test, quante mani.
Non lo sanno.
E mentre San Sisto diventa l’agorà dei viterbesi, mentre la gente si lega in gruppi, aggregati da bambini vocianti e da parole di stupore, mentre Roberto accende lumini, Raffaele e Vincenzo cenano sull’impalcatura, Franco sparisce e ricompare, degli sconosciuti mi fermano, mi stringono la mano, mi riempiono di complimenti, lasciandomi basito per il modo e per i fatti.
A me..
Perché queste parole scritte e queste foto scure, sono diventate il migliore dei miei incubi. Perché i numeri che mi rimanda la mia pagina facebook mi spaventano. Sono enormi. Cosa ci faccio? Cosa si aspettano? Adesso ho paura di fallire, di deludere le aspettative, di perdermi ricordi e dettagli di persone che sono entrati nella mia vita.
Perché con “loro”, questo succede. E’ successo anche a mia moglie ieri. Si è trovata a servire penne a 1000 persone senza saperlo e non mi ha nemmeno cazziato dopo. Rideva, gioiva della compagnia di Fernanda e di tutti gli altri. Era parte del gioco, parte della piazza, parte di tutto. Come l’ultima foto di questa serie. 3 persone, un tavolo e le loro storie.
Perchè io, come loro, sono uno come tanti. Potrei fallire, come tutti quelli che fanno cose ma potrei fare anche cose eccezionali senza saperlo. Come ognuno di noi con un perché di fronte, con un obiettivo preciso.
Questo diario è per me, è per loro, è per chi vorrà leggere una storia di passione e di volontà. Può esser giusto o sbagliato, non lo so, non mi interessa, non lo voglio sapere.
Ma almeno potrò dire di aver capito cosa c’è dietro a quell’incanto che si muoverà in una città con il naso all’insù…


















