
Undicesima pagina di ‘Momenti di Gloria’, il diario con cui Bruno Pagnanelli racconta con foto e parole quanto sta accadendo al cantiere della Edilnolo dove un giorno dopo l’altro sta prendendo forma la nuova Macchina di Santa Rosa.
Il diario di Bruno Pagnanelli
E’ piovuto. Per tanti una liberazione. Per pochi una preoccupazione. Un’ulteriore variabile fatta di messaggini scambiati con su scritto: “okkio che arriva la buriana”, fatta di mappe incomprensibili su internet a scoprire nuclei di formazione e cumulinembi, di raccomandazioni e di orari critici.
In compenso la temperatura scende e c’è tempo per due chiacchiere, una sigaretta, un racconto su qualcosa o su qualcuno di qui. Fuori, la base è coperta da un velo di plastica che regala magnifici giochi d’ombre e puro diletto per chi scrive.
E’ sotto protezione, con i tiranti come le tende canadesi, mentre il primo modulo è a dormire in un luogo sicuro.
Il secondo modulo e lo stelo finale di Gloria invece sono nel capannone. Candidi, sdraiati, pronti per gli ultimi ritocchi. Franco ne approfitta per riposare un attimo e godere delle luci e dell’effetto che fanno.
C’è il boss, il titolare, il capo di tutti i perepepè.
Ho sempre avuto timore di rubargli tempo, anche perché è sempre nella mischia, fra telefoni, fornitori, direzione, progetti. L’occasione si presenta col fresco, con questa giornata di “non si può far nulla perché piove”. Scherza, guarda progetti, discute di luci e di toni con “Papillon” che alla fine si fa anche mettere un’aureola.
I 60 passati, roccioso, capelli bianchi, ironia e passione che lo perseguitano. Me ne ero accorto quando mi portò sotto la base di “Gloria”, io e lui soli, all’inizio di questa avventura nel bianco. Una sorta di confidenza privata, un segreto o una soddisfazione da condividere, come la felicità.
Mi portò a vedere una piccola modifica, un perno che ruota e che potrebbe agevolare la vita di “quel facchino”, solo quello lì, in quella posizione. Una sciocchezza, se si pensa alla globalità del progetto. Eppure tale da illuminargli gli occhi nella penombra.
Mi raccontò trascorsi, della vita che fu, degli amici comuni, della bici comperata da mio zio ciclista, dei progetti, dell’impegno preso, del cosa e del come.
Oggi invece c’è gente che viene a salutare. Parla, commenta. Poi si fissa a guardare l’oggetto, lo tocca, lo scruta, ne rivela difetti che solo lui conosce, che mi fa notare come se mi passasse segreti, confidenze. Una sorta di percorso della conoscenza, dell’esperienza di tutti per arrivare, alla fine, alla meraviglia.
L’evoluzione verso la perfezione.
L’ evoluzione, un termine che deriva dal latino “evolutio-onis, l‘atto di svolgere (il papiro).
Perché qui, ogni tanto lo fanno. Svolgono il “papiro”, la carta che contiene il progetto, come ad aver contezza di ciò che conoscono a memoria.
Sperando che domani non piova, perché fermarsi toglie adrenalina. E da qui in poi ne servirà a bidoni.


















