
Decima pagina di ‘Momenti di Gloria’, il diario con cui Bruno Pagnanelli racconta con foto e parole quanto sta accadendo al cantiere della Edilnolo dove un giorno dopo l’altro sta prendendo forma la nuova Macchina di Santa Rosa.
Il diario di Bruno Pagnanelli
C’è un momento particolare, in questo percorso costruttivo, che porta in una casa privata, vicino Viterbo, in mezzo alla campagna. E’ un’abitazione dove ogni anno si celebra un incontro, una sorta di rito propiziatorio, che lega dignità, passione e coraggio, foraggiandoli con risate, bicchieri di vino e goliardia.
Un vero e proprio cancello ai giorni che verranno.
Sono nuovo nel contesto ma chi mi riceve e mi saluta mi fa sentire subito a mio agio. I padroni di casa sono meravigliosi, la signora mi accoglie di fronte ai fornelli con un sorriso difficile da dimenticare. Nella fatica ha la gioia dentro. Lui è ancora più coinvolto, emotivamente, di quanto io possa credere.
Ci sono quasi tutti, tutti quelli che Gloria la porteranno sulle spalle, che sopporteranno la fatica, che suderanno e grideranno gioia per averlo fatto. Appena arrivato mi ha commosso vedere quel prato di biodiversità. Perché in cuor mio, da mediocre, come tutti i mediocri, ho visto un gruppo vero, una vera forza della natura e della ragione. Un unico obiettivo, tutti che si adoperano e tutti che si beano della compagnia.
Qui, a cena, come poi in quello che sarà.
L’occasione è una sorte di goliardico rito iniziatico. Si presentano al gruppo i nuovi entrati. Si cena, con libagioni squisite e si passa al simpatico dopo cena, dove un gran maestro prescelto (con funzione di mazziere) presenta i nuovi al sodalizio, al presidente, al capo facchino e a tutti i componenti della squadra, raggruppati di fronte a loro. Una sorta di celebrazione, un rito di benvenuto.
Due blocchi, contrapposti da bottiglie, tavoli e sedie. Contrapposti dall’ingresso nel mondo che li legherà per sempre.
30 minuti di risate, di sberleffi e di sana goliardia. E da lì in poi saranno “tutti d’un sentimento”. Ammirazione, emulazione, devozione, tutte cose che ho rivisssuto, dopo averne provato, per decenni, l’idealizzazione da dietro una transenna.
Per me ieri è stato un onore e una grande gioia. Senza alcuna piaggeria, ho scoperto una parte di tradizione che non conoscevo, che non era mai stata mia. Dinamiche e ruoli che non immaginavo. Mi ha colpito moltissimo l’ascendente, quella forma di leadership che solo un’organizzazione come la loro riesce a creare, quelle regole palesi o latenti che trasformano una bestia d’uomo, che incuterebbe timore a chiunque, in un ragazzo rispettoso che solo nello sfiorarti ti chiede scusa.
Ho sempre studiato la leadership per altri motivi, dove non è importante chi, cosa e come ma è fondamentale il perchè.
Loro sono un serbatoio di energia e di esempio che non ha uguali.
Loro hanno il potete di plasmare cittadini. Parlavo con il presidente e mi ha raccontato l’iniziazione formale, successiva a questa, quando diranno al ragazzo: “da ora tu sei un facchino”.
Quella frase, basata sui valori della tradizione, sul passato, sulle radici, sull’esperienza, comunica, in maniera neanche tanto latente, una fortissima dose di responsabilità. Questo è il vero potere che possiedono. Poter cambiare, con poche parole, l’ordinario in straordinario.
Io non conosco i riti, la metodica, le scelte, il pathos. Non so nulla di “loro”. Ma sono devastato dalla curiosità.
Perchè oggi, raccogliere intelligenze è la cosa più difficile che si possa fare. Loro lo fanno. E si può fare solo in due modi: obiettivo comune ed esempio. Ben arrivati al cancello.


















