
NEW YORK CITY – Abbiamo contattato per i lettori de La Fune Giovanni Bartocci, classe 1979, cresciuto a Ronciglione e da 13 anni nella Grande Mela. La sua professione è quella del ristoratore. Ci siamo fatti raccontare come è la situazione oltre Oceano ai tempi del maledetto Coronavirus.
Da italiano che vive all’estero come hai vissuto la notizia dell’emergenza Coronavirus in Italia?
“Quando è iniziata questa cosa ho iniziato a sentire il più possibile le notizie italiane. Leggevo dai vari siti preoccupato perché mamma e nonna sono abbastanza grandi e vivono da sole a Ronciglione”.
I media locali come hanno trattato la notizia dell’epidemia nel nostro Paese?
“Per quanto riguarda il Coronavirus in Italia non è che ne abbiano parlato tanto. Fino a quando la situazione non è diventata brutta, facevano finta di niente. Poi hanno iniziato a farsi delle domande e a chiedersi se gli Stati Uniti sarebbero diventati la nuova Italia per contagi. Sono che i più si davano questa risposta: “Ma che scherzi? In Italia è un macello, mica come qui””.
I media locali, più in generale, come hanno trattato l’emergenza Coronavirus? Secondo il tuo parere gli hanno dato la giusta importanza oppure l’hanno sottovalutata?
“E’ stato sottovalutato più dai politici che dai giornalisti. I giornalisti tendono a farla sempre più grande per avere maggiore risonanza. Qui in molti credevano che non sarebbe stata grave in America”.
In questo contesto ci sono stati dei comportamenti nei confronti degli italiani che ti hanno fatto arrabbiare o, viceversa, che ti hanno fatto sentire orgoglioso?
“Qui negli Stati Uniti gli italiani adesso sono sempre visti bene. Mi hanno fatto arrabbiare invece certi italiani che hanno detto e scritto, recentemente, cose che non stanno né in cielo né in terra. Gente tipo Saviano e Clio Make-up che hanno parlato di cose assurde. Clio Make Up è andata via da Manhattan per paura che scoppiasse una guerra di armi e Saviano ha parlato di razzismo verso gli italiani. Tutto impossibile”.
Qual è la situazione nel Paese in cui sei ora?
“La situazione qui è brutta. Siamo arrivati a oltre 200mila contagi, di questi 100mila nello stati di New York e 60mila nella città. Si stanno preparando, hanno adibito cinque ospedali da campo. Questo ci fa riflettere su quanto la situazione sarà brutta e severa”.
Le normative e i controlli per il contenimento del virus sono severi oppure blandi? Quali misure sono state adottate? L’autocertificazione è una trovata tutta italiana oppure viene utilizzata anche da voi?
“Qui la situazione è un po’ come in Italia a livello di indicazioni di comportamento. Solo che possiamo uscire. Nel rispetto delle distanze ed evitando aggregazioni possiamo uscire come vogliamo e non esistono le autocertificazioni da compilare. Le metropolitane sono attive, le funzioni religiose di tutte le religioni continuano a essere tenute. Tutto è molto blando ma è anche vero che fermare le cose qui è più difficile”.
Qual è la prima cosa che farai non appena questa emergenza sarà terminata?
“La prima cosa, quando potrò lasciare gli Stati Uniti e quando l’Italia mi farà rientrare, è venire ad abbracciare mamma e nonna sicuramente”.
Un messaggio ed un saluto per i lettori de La Fune
“Un bacio a tutti i lettori de La Fune. Vi voglio bene, non mollate e ricordate una cosa importantissima: che noi siamo italiani e agli altri gli piacerebbe”.


















