Giovani della Tuscia dove siete? - Olmati: "Liberarci dal paternalismo e ripartire da noi stessi"
Simone-Olmati
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Ospitiamo l'intervento di Simone Olmati nel dibattito sui giovani lanciato da questo giornale. Ecco la lettera che ci ha inviato l'ex amministratore pubblico di Caprarola e operatore culturale.

Ospitiamo l’intervento di Simone Olmati nel dibattito sui giovani lanciato da questo giornale. Ecco la lettera che ci ha inviato l’ex amministratore pubblico di Caprarola e operatore culturale.

Intervengo con colpevole ritardo nel dibattito lanciato dagli amici de La Fune intorno al tema “Giovani della Tuscia, dove siete?”. Non è semplice trovare una risposta chiara e univoca a questa domanda che penzola come una spada tra le scapole – in primis – di noi giovani. Si fa un gran parlare di questo tema, del nostro scarso protagonismo, della nostra assenza dalla scena politica e
culturale locale.

È vero, il viterbese, paradigma della provincia italiana più “provinciale” nel senso deteriore del termine, è un ambiente ostile al pensiero critico, alla ribellione e alla riscossa generazionale, come ha sottolineato Pasquale Bottone nel suo intervento. Basta fare un giro nei nostri paesi per rendersi conto dell’aria che tira. C’è tutto il miglior repertorio dell’era giolittiana. C’è il notabile (oggi lo chiameremmo influencer) che condiziona da dietro le quinte le scelte delle amministrazioni a proprio vantaggio; ci sono i guareschiani personaggi (grandi elettori laici e cattolici) a cui le suddette amministrazioni devono render conto in virtù del concesso sostegno elettorale; ci sono i Sindaci proiettati alla carriera che si servono degli uni e degli altri per incrementare la loro sfera di influenza e non morire così (politically speaking) Sindaci delle proprie comunità, come se questo fosse quasi uno stigma da rifuggire. Ci sono i piccoli funzionari di partito abili con quel trasformismo di epoca crispiana/giolittiana, appunto, che permette loro di mantenersi in sella alla propria poltrona, pardon, al proprio incarico.

Il mio timore, ed è un timore supportato anche da ciò che vedo nei luoghi che vivo e frequento a partire dal mio paese, è che si sia impiantato nella mentalità di molti giovani (e di molti adulti) una sorta di timore reverenziale nei confronti del capo o di chi detenga una qualche forma di autorità, sia esso il Sindaco, il parroco o il datore di lavoro. Sarebbe interessante indagare se questa reverenza ha un fondamento storico/sociale, se è caratteristica atavica del nostro territorio o se invece è uno sviluppo più recente.

Certo, in una provincia dove è più facile trovare un qualche “lavoretto” grazie alle imbeccate del politico locale che, ça va sans dire, dei giovani è sempre pronto a riempirsi la bocca, o a una qualche forma di clientela, non ci sarebbe da stupirsi di un simile atteggiamento reverenziale. Dunque, sempre per citare l’intervento di Pasquale Bottone, meglio “non agitarsi, parlare poco, frequentare solo le persone che contano”. Meglio star zitti, in sostanza, o si paga lo scotto della denigrazione e dell’isolamento per aver infastidito il capo, Dio non voglia!

Per tornare alla vexata quaestio: dove sono i giovani in tutto ciò? Molti sono fuggiti, sì, e possiamo comprenderne le ragioni. Ma molti sono ancora qui, magari poco visibili, che provano a costruire qualcosa di positivo, provano a resistere nelle amministrazioni locali dove sono consiglieri e consigliere, provano a costruire pratiche culturali innovative e partecipazione sui territori, come “Isole nella rete”, per citare un noto libro di fantascienza. Non è fantascienza, invece, provare a partire da noi giovani – a connettere queste isole, a ricostruire prima di tutto le nostre relazioni sulla base di pratiche di mutualismo, di ascolto reciproco e di collaborazione orizzontale.

Liberarci dal paternalismo dei poteri locali e ripartire da noi stessi senza vittimismi è il primo passo per riacquistare protagonismo e per buttare giù dal palcoscenico gli egocentrici e arrivisti personaggi che occupano da troppo tempo la scena nella nostra provincia. Simone Olmati, operatore culturale ed ex amministratore pubblico.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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