

RIMINI — C’è un momento in cui la bellezza, da sola, smette di essere una salvezza e rischia di trasformarsi in una gabbia dorata. È la consapevolezza da cui ripartire per ripensare il futuro dei borghi e delle aree interne, lontano dalla retorica dei ricordi e dritti al cuore di un’economia che deve tornare a produrre vita.
Al centro della scena, lanciata dal palco della 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli in corso alla Fiera di Rimini, c’è la grande novità: il Geoparco delle Terre Sospese.
Un progetto di portata internazionale, illustrato dal professor Claudio Margottini — geologo, consulente UNESCO e cittadino onorario di Bagnoregio — nel corso di un evento promosso dall’associazione La Spinosa all’interno di un appuntamento organizzato dall’Associazione Civita di Roma. Un’idea che unisce la scienza della terra, capace di misurare la fragilità fisica dei luoghi, con la visione strategica dello sviluppo economico territoriale.
Il progetto: un ponte tra Civita di Bagnoregio e Calcata
Ma di cosa si tratta concretamente? Il Geoparco delle Terre Sospese individua e mette a sistema un territorio straordinario che racchiude un patrimonio geologico di rilevanza internazionale (i geositi), tutelato attraverso una strategia di sviluppo sostenibile, confini definiti, una governance riconoscibile e il coinvolgimento attivo delle comunità locali. Il tutto senza l’aggiunta di nuovi vincoli territoriali, ma con l’obiettivo, dopo appena dodici mesi di corretto funzionamento, di candidarsi ufficialmente a divenire Geoparco UNESCO.
L’area abbraccia uno dei paesaggi geologici più spettacolari d’Europa, estendendosi come un asse ideale tra Civita di Bagnoregio, nel cuore della Tuscia viterbese, e Calcata, abbarbicata nella valle del Treja alle porte di Roma. Qui i prodotti dei vulcani Vulsino, Cimino e Sabatino — tufi e lave — si sono depositati nei millenni al di sopra delle argille marine, modellati dall’azione erosiva dei fiumi Paglia e Tevere. Il risultato è un contesto unico al mondo: rilievi isolati, torrioni e pinnacoli che emergono dai fondivalle argillosi come isole sospese nel tempo. Su quelle stesse guglie, l’ingegno dell’uomo ha edificato insediamenti ininterrotti fin dall’epoca etrusca, dando vita a veri e propri paesaggi culturali dove la forza smantellatrice della natura è stata arginata, secolo dopo secolo, dall’azione e dalla cura umana.
La fine dell’era del PNRR e i numeri dello spopolamento
La proposta del Geoparco arriva in un momento cruciale, segnato dalla chiusura imminente della stagione del PNRR nel 2026 e da una domanda che cambia radicalmente: non più «come ottenere i finanziamenti», ma «come far vivere ciò che è stato finanziato».
I dati richiamati a Rimini, tratti da ISTAT e dal Piano Strategico Nazionale Aree Interne, raccontano un Paese in bilico: oltre 3.800 comuni italiani sono aree interne, pari al 48,5% del totale e a 13,3 milioni di abitanti. Le proiezioni tracciano un calo demografico dell’8,7% tra il 2023 e il 2043, con l’82,1% dei comuni in declino. Non è solo una questione turistica, ma una progressiva erosione di servizi, capitale umano e capacità amministrativa.
Oltre la contemplazione: il laboratorio di Civita e il genius loci
Proprio per questo, secondo Margottini, le politiche che trattano il borgo come un semplice «prodotto da promuovere» sono destinate a fallire. «Essere belli non basta», ha ammonito dal palco riminese: «tutto va trasformato in una promessa, in una forma di vita capace di produrre futuro».
La chiave risiede nella riscoperta del genius loci: l’essenza irripetibile che nasce dall’intreccio tra elementi naturali, tracce storiche e le comunità che quei luoghi li abitano. Un concetto testato sul campo in circa un centinaio dei 1.250 siti Patrimonio dell’Umanità sparsi in 170 Paesi, e che trova a Civita di Bagnoregio il suo laboratorio naturale d’eccellenza. Il borgo etrusco sospeso sui calanchi — un tempo definito da Bonaventura Tecchi «la città che muore» — gestisce oggi la sfida opposta: lo squilibrio tra una comunità residente ridottissima e flussi turistici oceanici, coordinati da un comitato scientifico di altissimo profilo.
«La sfida non è più soltanto consolidare la rupe», ha sottolineato Margottini: «consiste nel capire quale Civita si vuole salvare: il borgo storico, il paesaggio dei calanchi, la comunità residua, la sua capacità di produrre ancora vita reale oltre l’immagine che milioni di visitatori vengono a cercare».
Le leve per il futuro
L’intervento si è chiuso indicando le coordinate operative per generare reddito locale ricorrente: puntare su un brand territoriale unico, valorizzare filiere agroalimentari e forestali con trasformazione in loco, investire in energia e servizi ambientali, promuovere un turismo lento ed esperienziale basato su ricettività diffusa e di proprietà locale, riutilizzare il patrimonio edilizio esistente aprendo al lavoro a distanza, e considerare i servizi essenziali come infrastruttura economica.
La regola d’oro, ribadita a Rimini, è una sola: ragionare per area vasta e mai per singolo comune, partendo dalla domanda reale e mettendo la gestione prima della progettazione. Per uscire dall’angolo, insomma, la Tuscia e le aree interne non hanno bisogno di nostalgia, ma di competenza, visione e coraggio economico.


















