

VITERBO – Chissà cosa direbbe don Alceste. Ma lasciamo stare i santi, che di questi tempi hanno altro da fare, e restiamo sui fanti. Restiamo su quella fotografia scattata l’altro giorno a Palazzo Grandori. Una conferenza che, più che un incontro con la stampa, è sembrata una lezione di geografia politica applicata alla guerra civile interna ai forzisti. Nasce in risposta a un altro veleno, versato nel pentolone del capoluogo da sir Giovanni Arena, uno dei pezzi da novanta – anzi, novantacinque – della vecchia guardia azzurra.
Guardiamola bene, questa foto. Perché, se avete occhi per vedere e mente per pensare, parla. Parla più di mille comunicati pieni di “sinergia” e “territorio”. A sinistra c’è Andrea Di Sorte, che Arena ha liquidato come “lacustre”, sbagliando peraltro mira: perché se è vero che viene da Bolsena, è altrettanto vero che il lago non è forse uno dei più belli d’Italia? Non abbiamo compreso il tentativo d’insulto. Poi c’è lui, Alessandro Romoli, l’imperator da Bassano in Teverina. Seguono, come in una processione laica, Giuseppe Fraticelli (a proposito di processione) da Orte e Francesco Ciarlanti da Blera.
Ecco, il gotha di Forza Italia nel Viterbese è tutto qui. Niente da dire sugli uomini, che per molti versi sono bravi e sicuramente capaci. Qualcosa da dire, però, c’è sulla geografia. Ma dove sono finiti i viterbesi? Nel deserto azzurro del capoluogo non ne è rimasto uno, sono estinti, polverizzati dentro questa nuova Forza Italia che sembra aver preso la residenza fuori dalle mura della città dei Papi.
E la mente corre al Divo Giulio, corre a Giovanni. Nessuno è eterno, d’accordo, e rottamare è un esercizio che va di moda. Ma dove sono i nuovi viterbesi da chiamare a sedere nella cabina di comando? Il partito che gli eredi del Cavaliere vorrebbero vedere volare al 20% si ritrova con una trazione che sembra un carretto di provincia in salita.
La questione non è banale, è aritmetica brutale. Eppure, questi signori che masticano le logiche di Palazzo Gentili come fossero chewing-gum dovrebbero sapere che un politico di un territorio popoloso non vale quanto uno di un paesino dove, per fare massa, devi svegliare pure i cani. A Onano quanti voti prendi? Qualche centinaio, se ti vota pure il parroco e il custode del cimitero. A un viterbese, per trovare centinaia di elettori, basta affacciarsi dal balcone del condominio. Se volete sapere come si fa “citofonare Elpidio Micci” che ve lo spiega.
Forza Italia, per compensare questo vuoto pneumatico nel capoluogo, si è messa in braccio alla sindaca civica Frontini. Una strategia. Romoli, che deve tenere la barra dritta per restare dove sta, spera di attingere a quella cisterna di voti civici per le prossime politiche e regionali (sulle europee beato chi c’ha un occhio). Ma la Frontini, per l’appunto, è civica. E quando il civismo sposa il partito, non è detto che sia un rapporto fecondo. Gli alleati sono pur sempre provvisori e mai certi. Lo abbiamo visto a Civita Castellana, lo vedremo altrove.
Arena, intanto, sventola le sue trecento tessere. Di Sorte lo bolla come “rincoglionito dal caldo”, ma forse sarebbe più saggio prestare orecchio al quel calcolo. Perché senza viterbesi, Forza Italia rischia di essere un partito che parla di tutto, fuorché della città che dovrebbe essere il suo motore. Se fossimo in Romoli, un pensierino ce lo faremmo. Magari mettendo un annuncio su L’Occasione: “AAA, viterbesi di Forza Italia cercasi. Astenersi perditempo e civici in cerca di asilo”. Perché in politica, il nulla si può gestire, ma la precarietà di un alleato è una bestia che ti mangia vivo. E a Viterbo, di solito, si mangia molto pesante. Salvo che Frontini si vesta d’azzurro totale. Vedremo.

















