

VITERBO – Il silenzio che scende ha il suono metallico di una fibbia che si sgancia. È la fibbia della cintura azzurra, quella che ha tenuto su i pantaloni di una stagione intera. Giulio Marini, l’uomo che ha incarnato il berlusconismo nella Tuscia fino a diventarne l’icona plastica, l’unico al quale il Cavaliere ha mai avuto l’ardire di alzare il braccio in segno di vittoria, ha deciso: Forza Italia bye bye.
Non è un addio urlato, non è il comunicato stampa stizzito di chi sbatte la porta. È, se vogliamo, un canto. Un sussurro che arriva dalla campagna, dove Marini sta togliendo dall’armadio tutti i completi di quell’azzurro che fu simbolo di una rivoluzione, per relegarli a una funzione nuova, quasi bucolica. Li mette per fare l’orto e per dare carote alla sua amata asina, è pronto a scommettere chi lo conosce.
È una scena che sembra uscita da un film di Scola, dove il protagonista, giunto al tramonto, intona il suo congedo. “Sarà forse il vento che non l’accarezza più. Sarà il suo cappello che da un po’ non gli sta su. Sarà quella ruga di ridente nostalgia. O la confusione tra la vita e la poesia. Non assalta treni perché non ne passan mai. Non rapina banche, perché i soldi sono i suoi. Vive di tramonti e di calcolati oblii
E di commoventi, ripetuti lunghi addii. Struggenti addii. El bandolero stanco / Col cuore infranto stanotte va / Va, su un cavallo bianco / Col suo tormento lontano va”.
Giulio ha amato il Cavaliere, questo è fuori discussione. Ha rappresentato la forma più alta e pura di quel berlusconismo che, visto oggi, nel confronto impietoso con la mediocrità del presente, appare come l’epoca dei giganti. Ma oggi Marini non si ritrova più. Si guarda intorno e non riconosce i volti, non decodifica le idee, non sopporta i modi di chi si muove tra le macerie di un partito che è diventato un’altra cosa.
I soliti bene informati già sussurrano, fantasticano, costruiscono teoremi: “Entra in Fratelli d’Italia?”. Cazzate. Scusate la franchezza, ma è l’unica parola che rende l’idea. Marini non cerca un nuovo posto al sole, cerca solo di non dover più guardare il buio che avanza nel suo mondo.
Si mette nella sua campagna, come facevano i consoli romani della Repubblica che tornavano all’aratro dopo aver guidato Roma, e osserva. Osserva il formicaio impazzito, lo scompiglio, la danza frenetica di chi oggi cavalca l’onda Frontini-Romoli.. Giulio lo sa: la politica è una bestia che bisogna conoscere per poterla domare.
Per ora, il Divo Giulio resta a guardare. Se la buriana passerà e se, all’orizzonte, si staglierà una partita che valga davvero la pena di essere giocata, allora vedrete: lascerà l’aratro, si toglierà di dosso la polvere della campagna e rimetterà la cotta di maglia. Per tornare a combattere. Ma per oggi, no. Per oggi c’è solo l’asina da sfamare e un tramonto da godersi, in attesa che il vento torni a girare a favore.
















