

di Francesco Mattioli
VITERBO – Con la macchina del tempo torniamo al 1970. A Piazza delle Erbe, ci sono macchine parcheggiate: Millecento, Giulietta, Appia, 850… i loro proprietari stanno facendo lo struscio per Corso Italia, fanno spese nei tanti negozi della via, oppure sorseggiano un aperitivo da Schenardi o gustano un gelato da Chiodo. Altri percorrono via Saffi, via Mazzini, via Matteotti o via della Pace cercando il negozio che fa al caso loro.
Già due terzi dei viterbesi abitano fuori le mura, all’Ellera, ai Cappuccini, al Pilastro – specie le coppie più giovani – ma tutti convergono in centro per incontrarsi, fare shopping, andare al cinema. Se hanno la macchina, in genere ce ne è una sola per famiglia. Se percorri via S. Pellegrino di sera, nel totale silenzio, già da Piazza Scacciaricci senti il gocciolio della fontana di Piazza S. Carluccio.
Ma il mondo sta cambiando; nonostante non vi sia ancora un traffico importante in centro, associazioni come Italia Nostra promuovono incontri per discutere una limitazione della circolazione automobilistica nel centro storico. In uno di questi incontri – Sala d’Ercole al Comune – un commerciante di via Saffi ribatte: “Per me, se il cliente parcheggia l’auto davanti al mio negozio o c’entra dentro, mi va benone”. Difficile dargli torto: è una prassi…
In quegli anni la Città non si apriva al turismo, ben poco alla cultura e sperava ancora in una mitica “industrializzazione”; i giovani di allora provavano ancora a cambiare il mondo ma occhieggiavano già al posto in banca, tanto per citare Venditti.
Torniamo al nostro 2023. Sono passati cinquant’anni; mezzo secolo, ai ritmi del cambiamento di oggi una eternità. Nell’oggi viviamo in un altro mondo. Altra economia, altra politica, altra socialità, altre consuetudini, altre opportunità, altri bisogni. E non si torna indietro. Non è mai capitato, nella storia dell’Uomo; e sì che ci hanno provato, ma non si fa e non è neppure giusto che si faccia.ù
Oggi il centro di Viterbo ha perso la metà dei negozi (in alcune vie secondarie, quasi tutti), i cinema (altra consuetudine che con la TV digitale si è andata quanto meno ridimensionando), e solo 1 abitante su 12 risiede entro le mura. Lo fa chi ha una casa spaziosa, magari con garage ricavato nella vecchia stalla sotto il profferlo, chi ha avuto l’ok della Sovrintendenza per stravolgere interni o esterni, chi è in buona salute e
non teme le scale ripide, chi è un inguaribile romantico; ma per lo più lo fanno persone con reddito basso o sono immigrate, che si devono accontentare di un tetto a buon mercato, e tutti quegli emarginati che finiscono per vivere in una sorta di ghetto urbano.
Molte abitazioni sono state trasformate in B&B per un numero sempre maggiore di turisti amanti del pittoresco di provincia o sono seconde case per un weekend suggestivo via dalla pazza metropoli.
Qualcuno oggi individua un nuovo trend incoraggiante: si aprono nuovi negozi, nuove attività nel centro monumentale. Andiamo a vedere di che si tratta: bar, trattorie, ristoranti, esercizi operanti nello street food. Cioè attività legate al turismo che non “attraggono” persone, semmai “si offrono” alle persone che frequentano il centro storico per motivi turistici: i visitatori del weekend, quelli che vengono a Viterbo per
un breve salto alla nostra Disneyland medievale (la permanenza dei turisti a Viterbo è ancora mordi e fuggi da Roma, dalla Toscana, dall’Umbria; e se si trattengono, lo fanno mediamente per una notte, massimo due).
Poi certo, per un’apericena, un’esperienza gourmet o una botta di movida anche i viterbesi vanno in un caffè, in un ristorante, in una trattoria, ma senza animare più di tanto le vie del centro, beninteso. Gli esercizi che attirano gente sono altri; i negozi per lo shopping, quale che sia, che fanno andare avanti e indietro per le vie della città anche se non è ora di pranzo o di cena, che favoriscono incontri, scambi,
relazioni. Di questi, per uno che apre ce ne sono cinque che chiudono, si salvano quelli in franchising che fanno parte di sistemi nazionali e internazionali. Domanda: ma allora non compra più nessuno? Certo che comprano, ma nei centri commerciali: accessibili con ampio parcheggio, talvolta persino coperto; riparati dalle intemperie; continuamente assistiti sul piano igienico; rigidamente controllati sul piano dell’ordine e della sicurezza; teatro di continue iniziative promosse dalla direzione organizzativa. E, attenzione, il commercio online ha scalfito anche la sicurezza dei negozi dei centri commerciali (me ne parlava un operatore del centro della Bufalotta a Roma), che si stanno attrezzando per essere operativi sui vari nuovi piani dello shopping…
Insomma, andiamoci piano con certi entusiasmi per una nuova attività che apre in centro. Rimedi? Per il commercio, trasformare il centro storico in un grande centro commerciale, cioè con gli stessi criteri, gli stessi servizi, la stessa accessibilità di un centro commerciale. Per la residenza, temo ci sia ben poco da fare; la residenzialità sta cambiando di corsa, anche in periferia.
Il lodevole, e coraggioso, tentativo di rianimare il centro va comunque condito da un accessibilità sostenibile, cioè mediante mezzi pubblici e navette. Purtroppo chi prende un bus urbano o una bicicletta per spostarsi in città a Viterbo è considerato sostanzialmente uno sfigato. Fallo diventare un obbligo, e vedrai che si trasformerà in un vezzo, nel segnale di essere “in”, di stare al passo con i tempi . Ma solo se in centro troverai negozi, supermercati, protezioni, opportunità, pulizia, sicurezza, attrazioni.
La transizione a molti non piacerà; normale, accade sempre di fronte al cambiamento. Non piacerà per tradizionalismo, per difesa di opportunità acquisite, per scarsa flessibilità mentale, per i dubbi al primo possibile intoppo, per provincialismo, per competizione ideologica e politica. Ma si sa, la crescita è disseminata di trappole e l’intelligenza consiste nel proseguire avanti in un progetto innovativo che fa da
eco ad un cambiamento epocale di dimensioni internazionali, comprendendo e ammorbidendo pazientemente certe inevitabili resistenze, ma senza curarsi dei passatisti in servizio permanente effettivo.
Quelli che, ad esempio, vedono nei social solo lo strumento diabolico degli haters, dimenticandosi che sono stati anche alla base per il raduno degli “angeli del fango” in Romagna e nell’Alta Toscana.

















