

IL DOMENICALE – La verità è che la Tuscia non sta perdendo i giovani per caso. Li sta perdendo per precise responsabilità politiche, amministrative e culturali accumulate negli anni. Per troppo tempo si è governato senza una visione reale del futuro del territorio. Si è parlato di giovani quasi esclusivamente nei convegni, nelle campagne elettorali, nei bandi pieni di parole moderne e nei progetti destinati a durare pochi mesi. Ma dietro la retorica dell’innovazione è rimasto quasi il nulla.
La scena è sempre la stessa: ragazzi che crescono qui, studiano qui, si laureano qui, vengono formati grazie agli investimenti delle famiglie e della collettività, e poi sono costretti a partire perché questo territorio non è stato capace di creare condizioni dignitose per trattenerli. Non è fatalità. È il risultato di anni di scelte sbagliate. Per decenni si è preferito inseguire il consenso immediato invece di costruire una strategia territoriale seria. Si sono finanziati eventi invece di ecosistemi permanenti. Si è puntato sull’estetica delle inaugurazioni e non sulla sostanza delle opportunità. Si è parlato di turismo senza creare un’economia capace di generare lavoro qualificato stabile per i giovani. Si è celebrata l’università senza costruire attorno ad essa un tessuto produttivo moderno capace di assorbire competenze, così la Tuscia è diventata un territorio che istruisce ma non utilizza il proprio capitale umano. I pochi lavori qualificati spesso sono sottopagati, precari, intermittenti. Troppi giovani vengono ancora trattati come manodopera a basso costo da tenere in un limbo infinito di stage, collaborazioni occasionali, partite IVA fragili e promesse future. In molti casi il messaggio implicito è devastante: dovete accontentarvi.
Ma una generazione non può vivere di accontentarsi. Mentre si chiedeva ai giovani flessibilità, sacrificio e pazienza, non si costruiva quasi nulla per loro. Non luoghi, non spazi, non reti culturali permanenti, non politiche abitative, non incentivi seri per chi vuole avviare attività innovative o creative. La Tuscia continua ad avere centri storici pieni di edifici chiusi, strutture pubbliche inutilizzate, immobili abbandonati. Spazi che potrebbero diventare biblioteche vive, coworking pubblici, laboratori culturali, residenze artistiche, luoghi musicali, centri per startup, officine artigianali moderne. E invece restano spesso simboli di immobilismo burocratico e politico.
Nel frattempo ai giovani si offre una socialità sempre più costosa e superficiale. Se vuoi stare insieme devi consumare. Se vuoi ascoltare musica devi pagare cifre che selezionano per reddito. Se vuoi fare cultura trovi quasi sempre eventi sporadici e non luoghi permanenti di crescita. Anche qui le responsabilità politiche sono evidenti: si continua a pensare alla cultura come vetrina e non come infrastruttura sociale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La Tuscia si impoverisce lentamente. Non solo economicamente, ma umanamente. Perde energie, creatività, competenze, nascite, idee imprenditoriali, innovazione sociale. La cosa più grave è che tutto questo viene ormai raccontato come inevitabile. Come se fosse normale che i migliori debbano andarsene. Come se un territorio potesse sopravvivere continuando
a esportare sistematicamente le proprie generazioni più preparate. Ma non c’è nulla di inevitabile. È il prodotto di una politica che troppo spesso ha gestito l’ordinario senza avere il coraggio di ripensare davvero il modello di sviluppo della Tuscia. Una politica che ha parlato di giovani senza consegnare loro potere reale, spazi reali, prospettive reali.
Perché il punto centrale è questo: i giovani nella Tuscia vengono continuamente invitati a credere nel territorio, ma il territorio troppo spesso dimostra di non credere abbastanza in loro. Allora partono. Non perché non amino questa terra. Ma perché amare un territorio non basta quando quel territorio non ti garantisce dignità, autonomia e futuro. Il rischio ormai è enorme: trasformare la Tuscia in un luogo dove si vive bene soltanto da bambini, da turisti o da pensionati, ma non nell’età in cui si costruisce una vita. E un territorio che non riesce più a trattenere chi dovrebbe costruirne il domani è un territorio che, lentamente, sta rinunciando a sé stesso.


















