

VITERBO – Bagnaia saluta le feste natalizie e si fa ritrovare già in piazza in attesa di un appuntamento fisso con la tradizione: il Focarone di Sant’Antonio. La catasta di piazza XX Settembre è stata ultimata dal Comitato Sacro Fuoco di Sant’Antonio lo scorso 4 gennaio, a Befana ancora da arrivare, e sarà l’epicentro dei festeggiamenti nella notte di giovedì 16 gennaio (per gli ortodossi del rito dureranno fino alla mattina del 17).
Come ogni anno i ragazzi di Bagnaia hanno dato il massimo per realizzare il tutto in maniera impeccabile.
In attesa che il 16 gennaio arrivi riproponiamo un articolo che è diventato un cult (tanto da essere stato pubblicato per qualche anno sul giornale dell’evento) della descrizione di questa emozione bagnaiola.
DIRETTAMENTE DAL 2014
La flora e la fauna
Uno dei motivi per cui ti rechi in pellegrinaggio alla festa di Sant’Antonio Abate è la flora, ma soprattutto la fauna. Alla prima categoria appartiene l’enorme catasta di legna che arde fino a mattino al centro della piazza. Alla seconda tutta la fiumana umana che passa uno dei due ponti. Un vero e proprio melting pot di generi, stili e inclinazioni.
Al “Focarone” ci sono i fricchettoni. Roba di lana cotta a coprirli, pantaloni larghi a “bracaloni” e il must: bottiglia a “cannarella”.
Ci sono poi i fighetti. Incredibile ma vero anche sotto al fuoco, con “lapilli” incandescenti che vengono giù a bruciati, è possibile stare in giacca e cravatta. Le temperature equatoriali in prossimità della catasta di legna rendono il cappotto un optional, quindi è possibile vestire Armani o Hugo Boss anche in questa festa nazional-popolare.
Non mancano le ladies: pelliccetta a pelo raso, unghie decorate che la Macchina di Santa Rosa di Arturo Vittori a confronto sembra roba sobria e scarpa col tacco, anche nella versione lucido vernice. Oh yesss, fortunato chi le sposa. Ma anche no.
Il “Focarone” invece non piace ai nerd. Almeno quelli più puri. Rari gli avvistamenti e tra loro e la massa c’è sempre un i-phone o un tablet. Quasi estinti anche rapper, gabber ed emo.
La maggior parte degli esemplari sono invece ascrivibili alla categoria dei regular. Sono quelli un po’ ibridi, che è difficile inquadrare. Non spuntano né da una parte né dall’altra. Stanno nel mezzo nello stile ma anche tra la folla, li vedi parlare con tutti perché in fondo sono i veri democristiani con amicizie trasversali.
Poi c’è la famiglia, quella tradizionale: nel senso del padre bello abbondante di pancia, la moglie in ghingheri e i figli dentro i passeggini. Bontà loro.
Razza a parte i ragazzi del Comitato del Sacro Fuoco. Li riconosci dai colori delle contrade che portano addosso, dal vino che passa sempre tra le loro mani e dal sorriso sulle facce che dice: “anche quest’anno ce l’abbiamo fatta”. P.s. Hanno anche un pensiero non espresso: “Sarà il caso di portare giù qualcuno al fuoco de La Quercia?”.
Anche questo è vita da provincia.

















