

EDITORIALE – C’è un malanno, tutto italiano, che affligge le nostre città. Si chiama “immobilismo da timbro”. È una febbre burocratica che colpisce i palazzi comunali e si trasmette, per contatto, a chiunque osi possedere un mattone in centro storico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: centri che la sera diventano cimiteri di lucchetti e serrande abbassate, mentre fuori le mura si allargano periferie sempre più tristi e sradicate.
Ora, a Viterbo, hanno deciso che forse, invece di continuare a piangere sul latte versato, è meglio smettere di versarlo. Il Consiglio Comunale ha licenziato una delibera che promette di semplificare il cambio di destinazione d’uso dei fabbricati. Tradotto per i comuni mortali: se hai un vecchio magazzino che cade a pezzi o un ufficio vuoto da vent’anni, non dovrai più attendere il tempo di un’era geologica per trasformarlo in un’abitazione o in una bottega che porti un po’ di vita tra i vicoli.
Finalmente, in questa nebbia di divieti e carte bollate, arriva il signore Mercato a bussare alle porte del centro storico. Arriva a cercare di rimettere in moto quel cuore che l’asfissia normativa aveva dato per spacciato. E se della politica, specie quella maturata alle latitudini viterbesi, ormai è diventato quasi un esercizio di sopravvivenza dubitare — tanto è stata sputtanata da soggetti vari — del mercato, signori cari, bisogna avere fiducia. Della libertà d’impresa, del rischio che si fa investimento, bisogna avere speranza.
Ma cosa significa, in concreto, questa apertura? Significa che finalmente si potrà trasformare una vecchia rimessa o un magazzino a piano terra in un piccolo laboratorio artigianale o in una galleria d’arte. Quanti portoni chiusi da lustri potremmo vedere finalmente aperti, dando spazio a quel talento locale che oggi è costretto a emigrare altrove per mancanza di vetrine?
Sarà possibile convertire obsoleti uffici direzionali, ormai sovradimensionati e vuoti, in moderne unità abitative (loft o bilocali). Dare una casa a chi vuole vivere il centro, significa ripopolarlo di famiglie, di spesa quotidiana e di vita vera, sottraendo i vicoli alla solitudine notturna. Ma l’ex Banco del Cimino ve lo ricordate quanto è grande? E se diventasse un albergo? O un complesso per turisti?
Sarà possibile inoltre dare nuova destinazione a cantine e depositi di fortuna, trasformandoli in accoglienti spazi per la ricettività diffusa. È il modo migliore per trasformare un angolo buio e dimenticato in una risorsa turistica che genera reddito e chiede manutenzione costante.
Del resto, dove il pubblico ha avuto l’umiltà di farsi da parte, lasciando che il privato rianimasse i mattoni, i risultati sono arrivati. A Bologna, il recupero di intere porzioni del centro e di aree ex-industriali è nato dalla flessibilità concessa nel mutare la destinazione d’uso, trasformando opifici in hub creativi. A Genova, nel cuore dei “caruggi”, la permeabilità degli usi ha permesso di convertire depositi portuali in residenze e botteghe, restituendo vita senza tradire la pietra. E a Palermo, la semplificazione ha trasformato palazzi che cadevano a pezzi in motori economici per l’intero quartiere.
Certo, la semplificazione non è una bacchetta magica, e bisognerà vigilare affinché il “nuovo” non offenda l’”antico”. Ma la difesa del centro storico non si fa sbarrando le porte al futuro. Si fa riempiendo le case di gente, di lavoro, di voci. Se la delibera di Viterbo riuscirà a sfondare il muro di gomma degli uffici tecnici, allora avremo fatto un passo avanti verso una città normale. Che poi, in fondo, è l’unica ambizione che un amministratore degno di questo nome dovrebbe avere. E allora è anche giusto riconoscere il merito, senza temere le cornacchie pronte subito a gracchiare “alla marchetta” (in genere chi gracchia è il primo che se ne nutre quotidianamente), e dire che Emanuele Aronne è stato capace di fare del bene alla città di Viterbo. Questa azione, da lui fortemente voluta organizzata e portata aventi, darà frutti. Brava la sindaca e la maggioranza. Il Signor Mercato farà il suo lavoro e non deluderà.
Il resto è solo fumo, carte bollate e nostalgia per un passato che, se non lo facciamo camminare, finiremo per seppellire definitivamente sotto la polvere.

















